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21-24 settembre 25-24 ottobre


Oggi la capacità di innovare è indispensabile garanzia di sopravvivenza per gli individui, le imprese e le nazioni. Ma se è vero che lo sviluppo non si può né si deve fermare, non sempre è facile adeguarsi al cambiamento e gestirne le conseguenze secondo criteri di equità globale, per un progresso vero e condiviso.
Le scoperte della ricerca fondamentale si traducono sempre più velocemente in applicazioni che modificano l'organizzazione sociale e produttiva, e gli stili individuali di vita e di pensiero. Ma non sempre i progressi nelle nostre conoscenze si traducono in maniera automatica in vantaggi tangibili per tutti i cittadini.
Il percorso dell’innovazione è più che mai costellato di scelte etiche, economiche e politiche, che implicano un più stretto rapporto fra scienziati e decisori. Anche per garantire a tutti le stesse opportunità ed evitare che il miglioramento delle condizioni di vita di pochi si traduca nell’aggravarsi delle diseguaglianze a livello planetario.

La globalizzazione distrugge l’occupazione e la crescita: l’evidenza empirica

Milano, 2 dicembre 1999
Centro Congressi Cariplo

La crisi profonda che si riscontra ovunque, l’estendersi in tutti i paesi di una disoccupazione di massa, la riduzione della crescita, la diffusione costante di disuguaglianze inaccettabili, la generale mancanza di sicurezze e la nascita di zone al di fuori della legge, la scomparsa progressiva dei principi etici indispensabili alla sopravvivenza di una società, esigono un riesame totale e profondo delle politiche fin qui attuate.
Il fallimento di tutte le politiche che, da venticinque anni a questa parte, cercano di combattere la disoccupazione è imputabile al fatto che non si è mai voluta riconoscere la radice del male: la liberalizzazione irragionevole ed eccessiva degli scambi in presenza di disparità considerevoli fra i salari reali, calcolati ai tassi di cambio dei diversi paesi.
Solo l’istituzione di un sistema di preferenze comunitarie su basi liberali potrà permettere a ciascuna organizzazione regionale di garantirsi una protezione indispensabile contro le perturbazioni esterne e contro gli effetti perversi di una globalizzazione eccessiva degli scambi.
Sulla base dell’evidenza empirica, costituita dall’analisi di serie statistiche, si possono trarre quattro conclusioni fondamentali:
1) La globalizzazione generalizzata degli scambi fra paesi con livelli salariali molto diversi non può che produrre ovunque – tanto nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo – disoccupazione, riduzione della crescita, disuguaglianze, miseria. Tale globalizzazione non è né inevitabile, né necessaria, né auspicabile.
2) Una liberalizzazione totale degli scambi e dei movimenti di capitale non è possibile, né tantomeno auspicabile, se non fra gruppi regionali composti da paesi economicamente e politicamente associati e con un livello di sviluppo economico e sociale paragonabile.
3) È necessario rivedere senza indugio i trattati fondatori dell’Unione europea, in particolare per quanto riguarda l’instaurazione di un sistema di preferenze comunitarie.
4) è assolutamente necessario rimettere in discussione e ripensare i principi della politica di globalizzazione attuata dalle istituzioni internazionali, e in particolare dall’Organizzazione mondiale del commercio.