"La diabolica abilità che esplichiamo nellinventare sempre nuovi strumenti di morte, limplacabilità con la quale conduciamo le nostre guerre; le miserie e le distruzioni che queste si lasciano nella loro scia, non sono forse bastanti perché luomo bianco, luomo cosiddetto civile, sia considerato a ragione il più feroce animale che vaghi sulla faccia della terra?"
Un secolo e mezzo dopo che Melville ha scritto questa frase in Taipi, al fardello delluomo bianco, delluomo cosiddetto civile, si sono aggiunti altri strumenti di distruzione, molti dei quali sono di solito associati a progressi scientifici e tecnologici. I profeti di sventura ne approfittano per annunciare il peggior millennio immaginabile e per ingigantire le minacce insite nel rapido cambiamento di cui siamo testimoni.
Esistono tuttavia anche modi razionali di percepire il futuro, e i suoi pericoli, di trarre modelli dalla storia e dalle tendenze in atto, di cogliere la comparsa di nuove opportunità.
La razionalità da sola non basta ad alleviare lansia da fine millennio, ma aiuta. Ai dieci premi Nobel e agli esperti internazionali riuniti a Milano, viene chiesto di comportarsi da "funzionari al servizio dellumanità" - come li chiamava Husserl che apparteneva alla categoria - e di riflettere su quello che ci aspetta.
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Dal laboratorio al capezzale: un percorso tortuoso
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Venerdì 5 dicembre 1997
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Tutta la conoscenza è fondamentale, sia che provenga dal laboratorio che dal capezzale. C'è chi ritiene erroneamente che la ricerca "pura" sia più nobile, più intellettuale e più difficile della ricerca "applicata". Un'affermazione di Pasteur è la migliore smentita: "Non esiste nessuna categoria della scienza che si possa definire "applicata". La scienza e le sue applicazioni sono legate dallo stesso vincolo che unisce il frutto all'albero che lo ha generato". Accettando la visione olistica di Pasteur, il bioscienziato che lavora come chirurgo o come internista ha un grande vantaggio sullo scienziato confinato nel suo laboratorio. Nella pratica clinica affrontiamo quotidianamente problemi fondamentali che gli scienziati "puri" non hanno il privilegio di osservare. Le situazioni cliniche stimolano i progetti di laboratorio.
Soprattutto, i chirurghi possono fare da portavoce per l'informazione che deve viaggiare dal laboratorio agli esseri umani. Noi chirurghi dovremmo coinvolgere i ricercatori puri nel lavoro che facciamo, in modo che possano partecipare con piacere ed interesse. Questo significa accompagnarli a visitare i reparti o coinvolgerli nelle decisioni cliniche. La funzione di portavoce implica un altro obbligo: verificare che i risultati ottenuti in laboratorio siano applicati in maniera etica e rispettosa dell'umanità dei pazienti.
Concettualmente, il chirurgo e il ricercatore puro sono diversi per tre aspetti:
- Il ricercatore sa di non sapere, mentre il chirurgo deve sapere.
- Il ricercatore può aspettare di avere tutti i dati a disposizione, mentre il chirurgo deve prendere una decisione sulla base dei dati in suo possesso.
- Il ricercatore ha a che fare con dati collettivi, mentre il chirurgo ha a che fare con singoli pazienti.
Date queste differenze, è possibile che un chirurgo, o qualsiasi altro clinico, sia uno scienziato? La risposta, naturalmente, è sì. È un ruolo difficile, ma ciò nonostante è assolutamente essenziale per il benessere dei nostri pazienti che medici e chirurghi capiscano gli scienziati di altre discipline e riescano a lavorare con loro.
Noi chirurghi abbiamo un ricco passato e un brillante futuro nelle carriere scientifiche. Ma dobbiamo rimboccarci le maniche ed esplorare le strade meravigliose che ci si aprono di fronte. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è "curiosità, slancio e perseveranza".
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