4-6 dicembre


Cambiamenti rapidi e profondi, stimolati dall’innovazione tecnologica e dalla competizione su scala globale, ridisegnano l’organizzazione economica e sociale e impongono un ripensamento del rapporto fra istruzione, formazione e lavoro.
Ogni anno, il 10% dei mestieri e delle professioni scompare per essere sostituito da lavori nuovi, diversi, in nuovi processi, in nuove imprese. Il vecchio sistema produttivo, in cui il percorso professionale dell’individuo era lineare - un’unica carriera fondata sulle stesse qualificazioni e competenze - sta scomparendo rapidamente per lasciare il passo a un’economia più basata sulla conoscenza, in cui informazione e tecnologia giocano un ruolo cruciale. Cosa succederà fra dieci anni, quando l’80% della tecnologia che oggi usiamo diverrà obsoleta?
La sfida è innanzitutto per il sistema educativo, che non potrà più limitarsi a sfornare persone "istruite" una volta per tutte, ma piuttosto persone capaci di continuare ad acquisire competenze sempre nuove in contesti che evolvono continuamente. Si dovrà "imparare ad essere, imparare a sapere, imparare a fare, imparare a convivere", come dicono gli esperti dell’Unesco. Ma come e quanto dovranno cambiare i sistemi scolastici per ottenere questo risultato?
L’altra sfida posta da questa società che si trasforma è l’apprendimento continuo, lungo tutto l’arco della vita. La formazione permanente è divenuta una necessità per permettere ai lavoratori di adattarsi e soprattutto di anticipare l’evoluzione delle tecnologie e dei contenuti del lavoro secondo percorsi di apprendimento flessibili e individuali. Riguarda i giovani, chi già lavora e soprattutto i disoccupati, che senza competenze nuove e adeguate alla domanda del mercato difficilmente riusciranno a reinserirsi nella vita attiva. Nonostante il loro costo sociale - 400mila miliardi di lire l’anno nella sola Europa - attualmente non imparano nulla, anzi disimparano. Come trasformare questo costo improduttivo in investimenti nel capitale umano, che permettano di sfuggire alla trappola della disoccupazione? È perseguibile un modello di sviluppo che concili crescita economica, piena occupazione e un’adeguata tutela sociale?

Per un’educazione universitaria interdisciplinare e internazionale
Giovedì 5 giugno 1997
Se si vuole valutare l’efficacia dell’educazione universitaria, è consigliabile innanzittuto avere un quadro delle aspettative dei datori di lavoro nei confronti dei dipendenti che hanno ricevuto una formazione accademica. Sia nell’impresa privata che nell’amministrazione pubblica, viene richiesto un solido radicamento in una particolare disciplina e, al contempo, ampie attitudini a una collaborazione interdisciplinare con colleghi che si sono formati in altre discipline. L’università dovrebbe adeguare i propri schemi educativi per soddisfare tali esigenze, per esempio offrendo un’educazione transdisciplinare di complemento e delle esperienze a cavallo tra diverse materie, nel corso delle quali ci si eserciti nella soluzione di problemi facendo ricorso a settori distinti della conoscenza. In questo contesto, verranno dati esempi di pratiche in cui l’autore è personalmente coinvolto e che comprendono un insegnamento interdisciplinare per introdurre gli studenti con una determinata specializzazione alle strategie, ai metodi e ai concetti fondamentali di un settore diverso. Su questa base possono fondarsi un dialogo tra scienze e ricerche fruttuose sui complessi problemi del nostro tempo. Nell’intervento, verranno inoltre illustrate delle iniziative transnazionali che, con simili intenti, sono state avviate recentemente nel campo delle biotecnologie, e che coinvolgono studenti laureandi e dottorandi. Proprio l’eurodottorato in biotecnologie potrebbe svolgere un ruolo pionieristico per garantire a livello europeo una competenza e una prospettiva scientifiche per un’innovazione responsabile.