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Cambiamenti rapidi e profondi, stimolati dallinnovazione tecnologica e dalla
competizione su scala globale, ridisegnano lorganizzazione economica e sociale e
impongono un ripensamento del rapporto fra istruzione, formazione e lavoro.
Ogni anno, il 10% dei mestieri e delle professioni scompare per essere sostituito da
lavori nuovi, diversi, in nuovi processi, in nuove imprese. Il vecchio sistema produttivo,
in cui il percorso professionale dellindividuo era lineare - ununica carriera
fondata sulle stesse qualificazioni e competenze - sta scomparendo rapidamente per
lasciare il passo a uneconomia più basata sulla conoscenza, in cui informazione e
tecnologia giocano un ruolo cruciale. Cosa succederà fra dieci anni, quando l80%
della tecnologia che oggi usiamo diverrà obsoleta?
La sfida è innanzitutto per il sistema educativo, che non potrà più limitarsi a
sfornare persone "istruite" una volta per tutte, ma piuttosto persone capaci di
continuare ad acquisire competenze sempre nuove in contesti che evolvono continuamente. Si
dovrà "imparare ad essere, imparare a sapere, imparare a fare, imparare a
convivere", come dicono gli esperti dellUnesco. Ma come e quanto dovranno
cambiare i sistemi scolastici per ottenere questo risultato?
Laltra sfida posta da questa società che si trasforma è lapprendimento
continuo, lungo tutto larco della vita. La formazione permanente è divenuta una
necessità per permettere ai lavoratori di adattarsi e soprattutto di anticipare
levoluzione delle tecnologie e dei contenuti del lavoro secondo percorsi di
apprendimento flessibili e individuali. Riguarda i giovani, chi già lavora e soprattutto
i disoccupati, che senza competenze nuove e adeguate alla domanda del mercato
difficilmente riusciranno a reinserirsi nella vita attiva. Nonostante il loro costo
sociale - 400mila miliardi di lire lanno nella sola Europa - attualmente non
imparano nulla, anzi disimparano. Come trasformare questo costo improduttivo in
investimenti nel capitale umano, che permettano di sfuggire alla trappola della
disoccupazione? È perseguibile un modello di sviluppo che concili crescita economica,
piena occupazione e unadeguata tutela sociale?
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| Per uneducazione universitaria interdisciplinare e
internazionale |
Giovedì 5 giugno
1997
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| Se si vuole valutare lefficacia delleducazione
universitaria, è consigliabile innanzittuto avere un quadro delle aspettative dei datori
di lavoro nei confronti dei dipendenti che hanno ricevuto una formazione accademica. Sia
nellimpresa privata che nellamministrazione pubblica, viene richiesto un
solido radicamento in una particolare disciplina e, al contempo, ampie attitudini a una
collaborazione interdisciplinare con colleghi che si sono formati in altre discipline.
Luniversità dovrebbe adeguare i propri schemi educativi per soddisfare tali
esigenze, per esempio offrendo uneducazione transdisciplinare di complemento e delle
esperienze a cavallo tra diverse materie, nel corso delle quali ci si eserciti nella
soluzione di problemi facendo ricorso a settori distinti della conoscenza. In questo
contesto, verranno dati esempi di pratiche in cui lautore è personalmente coinvolto
e che comprendono un insegnamento interdisciplinare per introdurre gli studenti con una
determinata specializzazione alle strategie, ai metodi e ai concetti fondamentali di un
settore diverso. Su questa base possono fondarsi un dialogo tra scienze e ricerche
fruttuose sui complessi problemi del nostro tempo. Nellintervento, verranno inoltre
illustrate delle iniziative transnazionali che, con simili intenti, sono state avviate
recentemente nel campo delle biotecnologie, e che coinvolgono studenti laureandi e
dottorandi. Proprio leurodottorato in biotecnologie potrebbe svolgere un ruolo
pionieristico per garantire a livello europeo una competenza e una prospettiva
scientifiche per uninnovazione responsabile. |
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