
Il secolo sta per concludersi in un clima di crescente tensione. I conflitti emergono tra diritti individuali e doveri collettivi, tra radici locali e cosmopolitismo. Sorgono tra sviluppo economico e salvaguardia dell'ambiente, tra l'aggressività dei mercati globali e il protezionismo delle economie fragili, tra emigrazione dai paesi poveri e disoccupazione nei paesi più avanzati. Si ripropongono sanguinosi tra gruppi etnici, religiosi, culturali o economici, e tra nazioni.
Ma, come ricorda la Commissione Internazionale per la Pace e l'Alimentazione, "la prospettiva di cui il mondo è alla ricerca deve essere basata su una maggiore comprensione di quei legami inestricabili fra pace, processi democratici, sviluppo, equità e rispetto dell'ambiente. Nessuno di questi grandi obiettivi potrà essere raggiunto senza procedere di pari passo con gli altri. [...] Quali sono le fondamenta di questa nuova prospettiva intellettuale, e a quali strategie, azioni e risultati condurrà? È necessario innanzi tutto cambiare il nostro modo di guardare e pensare a quelle cose che ormai ci sono familiari come la guerra, i paesi in via di sviluppo, la democrazia, l'agricoltura, l'industrializzazione. Innanzi tutto dobbiamo risvegliarci dall'incubo millenario per cui la guerra è una parte naturale e inevitabile dell'esistenza umana che, forse, può essere mitigato, o tenuto lontano, ma mai veramente controllato o eliminato. [...] Soprattutto, la nuova prospettiva di cui il mondo è alla ricerca dovrebbe basarsi sul riconoscimento del fatto che l'umanità è padrona del proprio destino e che i limiti esterni non potranno imprigionarci se sapremo attingere all'illimitato potenziale creativo del nostro ingegno".
A partire da queste raccomandazioni, premi Nobel ed esperti internazionali si riuniscono a Milano dal 5 al 7 dicembre 1996, per discutere di come i conflitti possano trasformarsi in un'occasione di confronto, di crescita e di innovazione.
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Responsabilità individuale: per sé, per gli altri
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Sabato 7 dicembre 1996
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Ci sono problemi etici profondi nel determinare ciò che i singoli devono a se stessi, gli obblighi morali che hanno nei confronti degli altri e, in particolare, gli obblighi di alcuni verso chi, in un senso o nell'altro, non si assume le proprie responsabilità.
Intendo prendere in considerazione il valore e i limiti di alcune valutazioni degli effetti sociali, di tipo utilitaristico o consequenzialista classico, e le modifiche che occorre apportarvi.
Da un lato, la moralità è un universale. Ma che un singolo individuo si senta in dovere di adottare un punto di vista puramente universalistico è pretendere molto. L'obbligo morale è piuttosto un compromesso tra interesse privato e moralità pura.
Una posizione individualistica implica inoltre che non ci si preoccupi delle manchevolezze di chi è inadempiente verso se stesso, anche se questa posizione deve essere modificata nel caso vi siano delle vittime innocenti.
Applico tali principi astratti alle misure necessarie a soddisfare i bisogni futuri, nei casi in cui il mercato fallisca (come nelle questioni ambientali), e alla redistribuzione del reddito.
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