
"È un dato di fatto: gli intasamenti non solo irritano tutti, ma sono anche costosi
per la produttività. Strozzature e anelli mancanti nella catena delle infrastrutture;
carenze a livello di interoperabilità tra modi e sistemi; mancanza di comunicazione tra
molti circuiti di telecomunicazione chiusi e dispersi. Le reti alimentano il grande
mercato e le loro carenze tolgono ossigeno alla competitività, si traducono in occasioni
mancate di crearsi nuovi mercati e, dunque, creano meno occupazione rispetto al potenziale
disponibile.
La realizzazione di reti più efficaci [...] rappresenta il compito principale per il
quale è necessario l'impegno comune, massiccio e durevole, dei poteri pubblici a tutti i
livelli e degli operatori privati. Il potenziale per la creazione di nuovi posti di lavoro
è notevole, sia per via diretta e a breve termine attraverso i progetti di ampia portata,
sia attraverso l'impatto positivo durevole sulle condizioni di produzione".
Questi temi, così riassunti da Jacques Delors nel suo Libro bianco. Crescita,
competitività, occupazione, saranno al centro del dibattito fra gli esperti
internazionali invitati a Milano per discutere dell'importanza delle infrastrutture come
motore di sviluppo nel rispetto della compatibilità.
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| Sviluppo, investimenti, deficit pubblici e Maastricht |
Giovedì 3
ottobre 1996
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Obiettivi di Maastricht e investimenti in sistemi di trasporto
e informazione
Esiste un notevole potenziale per lo sviluppo delle infrastrutture, sostanzialmente dovuto
all'alto tasso di disoccupazione che rappresenta uno spreco di risorse produttive e genera
un calo del risparmio imputabile alla mancanza di reddito: un aumento nella domanda di
lavoro - e del reddito - creerebbe invece ulteriore risparmio per sostenere questi
investimenti. Parte delle opere potrebbe essere finanziata dallo Stato, senza mutare o
peggiorare il deficit pubblico (se calcolato correttamente, e cioè escludendo gli
investimenti dalla spesa corrente). Ma la politica monetaria tiene ancora artificialmente
alti i tassi di interesse, e il trattato di Maastricht impone ai governi di inserire gli
investimenti nella spesa corrente. Sembrerebbe quindi che nuove e concrete opportunità
possano scaturire soltanto dalla riformulazione dei concetti di spesa pubblica e di
deficit. Mentre il deficit delle partite correnti dovrebbe sottostare a limiti molto
restrittivi, non andrebbero poste limitazioni agli investimenti se non un obbligo di pari
redditività fra denaro pubblico e privato.
Un modello di interazione fra sviluppo, investimento e risparmio pubblico e privato
Le forze motrici dello sviluppo economico sono: investimento in capitale fisico,
produttività del capitale, investimento in capitale umano, crescita della popolazione. L'investimento
è determinato dal risparmio nazionale, cioè dal risparmio privato dedotto del deficit.
Il risparmio privato è proporzionale al reddito attraverso un coefficiente che dipende
dal tasso di sviluppo. Secondo la teoria del "ciclo vitale" sul risparmio, la
crescita dipende dall'investimento, ma l'investimento a sua volta dipende dalla crescita
attraverso il risparmio individuale. La crescita, dunque, è una funzione complessa
dipendente da diverse variabili fra cui, in particolare, il deficit pubblico. Questo
assorbe parte del risparmio privato riducendo direttamente l'investimento - e quindi la
dotazione di capitale e il futuro reddito, e mette in moto un ciclo perverso: riducendo l'investimento
si riduce la crescita, che a sua volta riduce il risparmio - e quindi, indirettamente, l'investimento
stesso.
Tale effetto è legato soprattutto all'andamento del rapporto deficit/PIL: quando
questo cresce, aumentano i consumi a spese del reddito e dei consumi delle generazioni
future. Un simile processo è evidente in Italia, dove un disavanzo crescente in rapporto
a debito e PIL è stato accompagnato da una caduta della crescita, del risparmio e degli
investimenti. Giustamente, quindi, il trattato di Maastricht impone ai paesi che vogliono
entrare nella moneta unica di contenere fortemente il deficit entro limiti prestabiliti.
Rigidità dei prezzi, politica monetaria e disoccupazione
Il precedente modello presuppone la piena occupazione, che richiede però un'appropriata
quantità di moneta reale. Nel lungo periodo ciò è assicurato dalla politica monetaria e
dalla flessibilità di prezzi e salari. Ma, in presenza di rigidità, l'occupazione
dipende anche dalla politica monetaria. Un'insufficiente offerta di denaro produce tassi
di interesse eccessivi che riducono investimento, reddito e risparmio. Si ritiene che la
grande disoccupazione europea degli anni Ottanta e Novanta sia dovuta in larga misura alla
politica restrittiva condotta dalla Bundesbank ed imposta agli altri paesi dello SME
attraverso una politica di cambi fissi e libertà di movimento di capitali. Quando la
disoccupazione è dovuta a un'insufficienza di moneta, il deficit pubblico contribuisce a
sostenere sia la domanda, sia l'occupazione.
Critica ai parametri di Maastricht
- Definizione del deficit
- trattamento delle spese in conto capitale
- mancata correzione per l'inflazione
- deficit e surplus legati alla congiuntura
- trattamento dei deficit legati alla congiuntura
L'Italia otterrebbe importanti vantaggi ad entrare fra i paesi regolati dal trattato di
Maastricht, innanzitutto stabilità del cambio e forte riduzione dei tassi di interesse.
Tuttavia, gli attuali programmi del Governo difficilmente consentiranno all'Italia di
soddisfare i criteri di Maastricht, quali sono attualmente formulati, entro il 1997:
debito, deficit e, forse, anche inflazione potrebbero superare gli obiettivi prefissati.
Esistono tre possibili rimedi:
- ridurre il deficit all'1% depurandolo dell'inflazione, cioè ben al di sotto dei limiti
e del valore di gran parte degli altri paesi
- ridurre rapidamente a zero l'inflazione, con l'effetto di contenere drasticamente il
deficit attraverso la riduzione dei tassi di interesse (alternativa poco praticabile dato
l'attuale confronto sul lavoro tra Governo e parti sociali)
- modificare l'obiettivo di Maastricht esprimendolo in termini di rapporto debito/PIL,
imponendo una riduzione a decrementi prefissati. Al momento, questo criterio sarebbe
probabilmente soddisfatto dal bilancio italiano, dove il rapporto deficit/PIL si è già
ridotto e dovrebbe diminuire progressivamente (per altro, l'Italia è l'unico tra i grandi
paesi a mostrare una simile tendenza. Negli altri tale rapporto cresce, e crescerebbe
anche qualora l'obiettivo del 3% fosse soddisfatto).
Se nessuna di queste alternative è praticabile, non resta che un'ulteriore forte
stretta fiscale da effettuarsi nel '97, con tutte le conseguenze sfavorevoli dovute all'effetto
depressivo di una manovra fiscale restrittiva in presenza di un'economia debole e di un
alto tasso di disoccupazione.
Si tratterebbe allora di scegliere tra questa soluzione estremamente penosa e il restar
fuori da Maastricht, almeno per qualche anno. è difficile dire quale fra le due soluzioni
sia la peggiore; si può solo dire che la risposta, al momento, non è ovvia. |
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