6 giugno 5-7 dicembre

"È un dato di fatto: gli intasamenti non solo irritano tutti, ma sono anche costosi per la produttività. Strozzature e anelli mancanti nella catena delle infrastrutture; carenze a livello di interoperabilità tra modi e sistemi; mancanza di comunicazione tra molti circuiti di telecomunicazione chiusi e dispersi. Le reti alimentano il grande mercato e le loro carenze tolgono ossigeno alla competitività, si traducono in occasioni mancate di crearsi nuovi mercati e, dunque, creano meno occupazione rispetto al potenziale disponibile.
La realizzazione di reti più efficaci [...] rappresenta il compito principale per il quale è necessario l'impegno comune, massiccio e durevole, dei poteri pubblici a tutti i livelli e degli operatori privati. Il potenziale per la creazione di nuovi posti di lavoro è notevole, sia per via diretta e a breve termine attraverso i progetti di ampia portata, sia attraverso l'impatto positivo durevole sulle condizioni di produzione".
Questi temi, così riassunti da Jacques Delors nel suo Libro bianco. Crescita, competitività, occupazione, saranno al centro del dibattito fra gli esperti internazionali invitati a Milano per discutere dell'importanza delle infrastrutture come motore di sviluppo nel rispetto della compatibilità.
Società frammentata e globalizzazione
Giovedì 3 ottobre 1996
La nostra confusione attuale deriva dal fatto che viviamo congiuntamente due tendenze opposte. La prima è l'eliminazione accelerata delle forme, oggi degradate, di uno Stato un tempo interventista e mobilizzatore, le cui molteplici figure hanno dominato il periodo successivo alla fine della guerra mondiale. La social-democrazia europea è diventata ampiamente neo-corporativista, mentre i regimi nazional-popolari latino-americani sono stati travolti dal clientelismo e dalla corruzione oppure dal populismo rivoluzionario. Molte delle resistenze sociali che oggi si esprimono in nome di interessi popolari difendono di fatto degli interessi acquisiti o addirittura dei privilegi che sono diventati degli ostacoli sia all'efficienza economica che alla giustizia sociale. La costruzione europea, dominata da una visione liberale, distrugge inevitabilmente, a partire dalla deregulation, i protezionismi economici e amministrativi.

Ma la seconda tendenza si contrappone alla precedente. Non solo non vogliamo che il liberalismo trionfante distrugga lo stato sociale, il quale non può in alcun modo venir ridotto ai corporativismi o a una politica di sovvenzioni, ma ci opponiamo, in Europa come in molte altre parti del mondo, dagli Stati Uniti all'America Latina, all'accrescersi delle disuguaglianze, della disoccupazione e della precarietà, dell'esclusione.

Dobbiamo quindi distruggere un sistema vecchio e degradato di controllo sociale dell'economia e al contempo costruirne uno nuovo. Non esiste né mai esisterà una società liberale, vale a dire un'economia regolata unicamente da se stessa. Una simile concezione non è altro che la forma più estrema di un potere economico esercitato in modo non democratico. In compenso, esistono transizioni liberali, come quella che stiamo vivendo da un quarto di secolo e dalla quale è ormai urgente uscire, poiché stiamo per entrare in un'era post-liberale. Ma si può entrare in questa era se si appartiene ancora in gran parte all'era pre-liberale? La gestione dei due movimenti contrastanti di liberalizzazione dell'economia e di ricostruzione di un controllo sociale e politico dell'economia spiega l'instabilità di tutte le forme di governo, ma definisce anche gli obiettivi prioritari di ogni gestione del cambiamento sociale.

Questi obiettivi devono essere, da un lato, accrescere la partecipazione di tutti i paesi a cambiamenti tecnologici e a scambi commerciali che sempre di più si vanno estendendo all¹insieme del mondo. Una tale apertura è l¹unico mezzo efficace per superare le resistenze dei gruppi di interesse e dei corporativismi i quali difendono posizioni che non sono giustificate dalla loro competitività. E, dall¹altro, resistere al dominio crescente di un potere finanziario internazionale sempre più separato dalle attività economiche stesse, rafforzando l¹intervento del potere politico su un¹attività economica che è tuttora condotta, nella sua grande maggioranza, a livello nazionale o regionale (Unione Europea, Nafta, Mercosur ecc.). Va respinta con altrettanta forza sia l¹idea di un¹economia ¨globale¨ indipendente dalle politiche degli stati nazionali che ogni forma di command economy o di corporativismo.