
"Le vie dello sviluppo sostenibile" è il primo dei tre appuntamenti in cui si
articola l'edizione 1996 di "Dieci Nobel per il futuro", dedicata ai grandi
conflitti della società contemporanea.
I progressi della ricerca e delle sue applicazioni tecnologiche propongono soluzioni ad
alcuni problemi di un'economia e di una società sempre più globali. Ma, a loro volta,
possono creare minacce per l'ambiente, disoccupazione, flussi migratori, nuove forme di
emarginazione.
Di qui la consapevolezza che occorre trovare i modi per trasformare i conflitti in
occasioni di confronto, di crescita e di innovazione, caratteristiche di ogni forma di
sviluppo.
Il rapporto fra energia, ambiente e innovazione è uno dei principali nodi che genera
forti tensioni sociali. Come produrre, risparmiare o recuperare energia, rispettando il
desiderio di conservare o di migliorare il tenore di vita di una popolazione mondiale in
continuo aumento e al tempo stesso di salvaguardare il territorio?
Alcuni dei massimi esperti mondiali del settore illustrano a Milano i risultati delle
ricerche più avanzate e gli scenari per il prossimo futuro.
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| Scienza, sviluppo e conservazione |
Giovedì 6 giugno
1996
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La scienza e le sue applicazioni attraverso la tecnologia hanno
trasformato e continueranno a trasformare la società in molti modi. La mia stessa
disciplina, la chimica, è un buon esempio delle molteplici ripercussioni della ricerca
sullo sviluppo, e sulla società nel suo insieme: la sua potenza creativa ha reso
disponibili nuovi materiali e nuovi processi per la trasformazione della materia, che
però sono stati spesso percepiti come innaturali, cioè opposti a quelli naturali.
Il sospetto nei confronti della scienza e delle sue realizzazioni tecnologiche è
spesso dovuto a una paura diffusa: ci sono cose che non vanno toccate, pena la catastrofe.
Questo mito - di una Natura intrinsecamente "pura" la cui armonia verrebbe
turbata dalle attività dell'uomo - alimenta una sorta di quasi-religione. La natura però
è del tutto indifferente all'uomo, non è né buona né cattiva, è e
basta. Spetta all'umanità plasmare un ambiente in cui sia piacevole vivere, ed esso può
variare parecchio secondo il clima, la cultura ecc. La natura non è neppure una costante,
e l'idea di conservazione è di per sé anti-naturale: l'ambiente cambia continuamente e
lo ha sempre fatto. La questione è sapere quale cambiamento, e a quale ritmo.
Della massima importanza per tutti è , ovviamente, la conservazione di risorse, di
materie prime, di energia: essa richiede di abbandonare la disattenzione e le abitudini
allo spreco di una società dell'usa e getta. È una questione di comportamenti
individuali e collettivi e non un effetto della scienza e della tecnologia. La scienza dà
il sapere e la tecnologia i mezzi per agire, la decisione sull'uso da farne spetta a noi,
in quanto individui e in quanto società.
Il diffondersi dei movimenti per la protezione dell'ambiente - soprattutto nella forma
più estrema del fondamentalismo ecologico o "ecologia profonda" - dovuto in
parte alla gestione trascurata di impianti industriali e a inquinamenti spiacevoli (anche
se non necessariamente dannosi) ha acuito l'opposizione tra naturale e innaturale.
Cominciamo col distinguere tra pericolo e semplice disagio. Se è vero che la qualità
della vita trae vantaggio dal contenimento e dall'eliminazione di entrambi, soltanto il
primo costituisce una minaccia, e solitamente lo si può controllare usando le tecnologie
esistenti. Occorre però applicarle e pagarne il costo.
Se è scontato che l'attività industriale non debba essere né pericolosa né
sgradevole, i rischi che essa comporta non sempre si possono purtroppo valutare con
precisione. E proprio questo fatto rappresenta un incentivo a continuare la ricerca, ma la
maggiore conoscenza non basta. Ognuno di noi deve prendere delle decisioni ed essere
pronto ad assumerne le conseguenze.
Prometeo ha conquistato il fuoco e noi non possiamo restituirlo. Dobbiamo percorrere la
strada che porta dall'albero della conoscenza al controllo del nostro destino. |
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