I due anni successivi al mio arresto, avvenuto mentre ero alla
macchia nell'estate del 1943, hanno segnato la mia vita con una
lacerazione brutale. Forse la gente è stanca dei racconti
di prigionia e di deportazione, eppure credo che coloro i quali
hanno vissuto tali avvenimenti debbano raccontare - nella misura
in cui ci riescono, e non sempre è facile - ciò
che è accaduto perché la memoria non ne svanisca.
Nel campo di concentramento di Eysses dove ci avevano portati,
l'espressione "solidarietà" è servita
ben presto a indicare una pratica che avrebbe salvato la vita
a parecchi di noi, una volta rinchiusi a Dachau-Landsberg. Consisteva
nel prelevare due cucchiai di minestra dalle nostre ciotole (pure
avarissime) per ricavarne un'altra, da destinare ai più
deboli o ai più malconci. Era un gesto che ci ha portato
molta dignità.
A Dachau avevamo freddo, avevamo fame, eravamo costretti a un
lavoro da bestie da soma, eppure non siamo morti, All'inizio soltanto
trenta di noi si erano dichiarati volontari per la "solidarietà";
poco a poco però ha contagiato tutti.
Condividere è l'unica lezione valida che la vita ci impartisce
e io non l'ho dimenticata. Uno stesso filo rosso collega la "solidarietà",
quei due cucchiai di brodaglia che hanno dato dignità ai
miei vent'anni, all'idea che voglio proporvi ora, quella di un'associazione
chiamata "Fisica senza frontiere". Prima però,
voglio ricordare un altro filo rosso, rappresentato da alcuni
episodi della biografia di Einstein che ci servono da esempio
ancora oggi e ci invitano a lottare per guarire il mondo dallo
sciovinismo, anche dallo sciovinismo degli scienziati.
"Fisica senza frontiere" vuol manifestare la solidarietà
della comunità dei fisici delle alte energie a tutti coloro
che, in un contesto difficile, cercano di salvaguardare i legami
culturali e intellettuali, al di là di ogni frontiera,
in una diversità che rende ricca la nostra civiltà.
Da decenni, la nostra comunità è caratterizzata
da una mescolanza armoniosa di origini, etnie e nazionalità
all'interno dei gruppi di ricerca che non potrebbero vivere senza
quell'affermata componente internazionale. Lungi dal rappresentare
un ostacolo, questa diversità - ne siamo convinti - è
la fonte stessa della ricchezza dell'insieme. Il nostro ambiente,
molto motivato ed entusiasta, ha sempre prestato attenzione ai
suoi membri in difficoltà.
Da europei, molti di noi si sentono coinvolti dallo stato di guerra
effettivo o aleggiante nei Balcani, che condiziona la nostra sicurezza
futura. Non si può rimanere indifferenti verso una regione
che come altre ha contribuito e contribuisce al patrimonio culturale
europeo. Sappiamo che lì vi sono scienziati che tentano
di continuare a sviluppare una fisica di grande qualità,
e ci sembra indipensabile cercare di aiutarli.
A partire da questo intervento è stato scritto un saggio, pubblicato nel volume
Scienza e società. Dieci Nobel per il futuro. (Marsilio, Venezia 1995).