La seconda edizione del convegno prosegue il dibattito avviato nel dicembre 1993 a partire dalle problematiche e dagli obiettivi indicati dai premi Nobel che hanno dato vita alle due giornate di lavori.
Il quadro generale resta quello del rapporto fra progresso scientifico, sviluppo economico e nuovi interrogativi etici. I partecipanti sono chiamati a riflettere sul valore intrinsecamente culturale della scienza, sulla necessità che l'opinione pubblica partecipi consapevolmente a definire obiettivi e confini etici della ricerca e delle sue applicazioni, in una prospettiva di superamento dei conflitti e di crescita della collaborazione internazionale. Uno scenario che non può prescindere dai nodi strategici dei processi formativi e dei mutamenti prodotti dall'innovazione nel mondo della produzione e del lavoro.

L'eredità di Einstein per una "Fisica senza frontiere"
Giovedì 8 dicembre 1994
I due anni successivi al mio arresto, avvenuto mentre ero alla macchia nell'estate del 1943, hanno segnato la mia vita con una lacerazione brutale. Forse la gente è stanca dei racconti di prigionia e di deportazione, eppure credo che coloro i quali hanno vissuto tali avvenimenti debbano raccontare - nella misura in cui ci riescono, e non sempre è facile - ciò che è accaduto perché la memoria non ne svanisca.

Nel campo di concentramento di Eysses dove ci avevano portati, l'espressione "solidarietà" è servita ben presto a indicare una pratica che avrebbe salvato la vita a parecchi di noi, una volta rinchiusi a Dachau-Landsberg. Consisteva nel prelevare due cucchiai di minestra dalle nostre ciotole (pure avarissime) per ricavarne un'altra, da destinare ai più deboli o ai più malconci. Era un gesto che ci ha portato molta dignità.

A Dachau avevamo freddo, avevamo fame, eravamo costretti a un lavoro da bestie da soma, eppure non siamo morti, All'inizio soltanto trenta di noi si erano dichiarati volontari per la "solidarietà"; poco a poco però ha contagiato tutti.

Condividere è l'unica lezione valida che la vita ci impartisce e io non l'ho dimenticata. Uno stesso filo rosso collega la "solidarietà", quei due cucchiai di brodaglia che hanno dato dignità ai miei vent'anni, all'idea che voglio proporvi ora, quella di un'associazione chiamata "Fisica senza frontiere". Prima però, voglio ricordare un altro filo rosso, rappresentato da alcuni episodi della biografia di Einstein che ci servono da esempio ancora oggi e ci invitano a lottare per guarire il mondo dallo sciovinismo, anche dallo sciovinismo degli scienziati.

"Fisica senza frontiere" vuol manifestare la solidarietà della comunità dei fisici delle alte energie a tutti coloro che, in un contesto difficile, cercano di salvaguardare i legami culturali e intellettuali, al di là di ogni frontiera, in una diversità che rende ricca la nostra civiltà.

Da decenni, la nostra comunità è caratterizzata da una mescolanza armoniosa di origini, etnie e nazionalità all'interno dei gruppi di ricerca che non potrebbero vivere senza quell'affermata componente internazionale. Lungi dal rappresentare un ostacolo, questa diversità - ne siamo convinti - è la fonte stessa della ricchezza dell'insieme. Il nostro ambiente, molto motivato ed entusiasta, ha sempre prestato attenzione ai suoi membri in difficoltà.

Da europei, molti di noi si sentono coinvolti dallo stato di guerra effettivo o aleggiante nei Balcani, che condiziona la nostra sicurezza futura. Non si può rimanere indifferenti verso una regione che come altre ha contribuito e contribuisce al patrimonio culturale europeo. Sappiamo che lì vi sono scienziati che tentano di continuare a sviluppare una fisica di grande qualità, e ci sembra indipensabile cercare di aiutarli.


A partire da questo intervento è stato scritto un saggio, pubblicato nel volume Scienza e società. Dieci Nobel per il futuro. (Marsilio, Venezia 1995).