Altman, Sidney    Chimica, 1989

Arber, Werner    Medicina, 1978

Arrow, Kenneth J.    Economia, 1972

Baltimore, David    Medicina, 1975

Becker, Gary S.    Economia, 1992

Black, James W.    Medicina, 1988

Brown, Lester R.

Buchanan, James M.    Economia, 1986

Charpak, Georges    Fisica, 1992

Dahrendorf, Ralf

Dausset, Jean    Medicina, 1980

Debreu, Gérard    Economia, 1983

de Duve, Christian    Medicina, 1974

Dulbecco, Renato    Medicina, 1975

Ernst, Richard R.    Chimica, 1991

Esaki, Leo    Fisica, 1973

Fo, Dario    Letteratura, 1997

Gell-Mann, Murray    Fisica, 1969

Glashow, Sheldon Lee    Fisica, 1979

Guillemin, Roger C.L.    Medicina, 1977

Hoffmann, Roald    Chimica, 1981

Jacob, François    Medicina, 1965

Kindermans, Jean-Marie    Pace, 1999

Klein, Lawrence R.    Economia, 1980

Kroto, Harold W.    Chimica, 1996

Lederman, Leon M.    Fisica, 1988

Lehn, Jean-Marie    Chimica, 1987

Leontief, Wassily    Economia, 1973

Levi Montalcini, Rita    Medicina, 1986

Lown, Bernard    Pace, 1985

Marchetti, Cesare

Modigliani, Franco    Economia, 1985

Molina, Mario J.    Chimica, 1995

Müller, K. Alex    Fisica, 1987

Mullis, Kary B.    Chimica, 1993

Mundell, Robert A.    Economia, 1999

Murray, Joseph E.    Medicina, 1990

Nakicenovic, Nebojsa

Nishi, Kazuhiko

North, Douglass C.    Economia, 1993

Olah, George A.    Chimica, 1994

Pauli, Gunter

Paz, Octavio    Letteratura, 1990

Penzias, Arno    Fisica, 1978

Pérez Esquivel, Adolfo    Pace, 1980

Polanyi, John C.    Chimica, 1986

Porter, George    Chimica, 1967

Prigogine, Ilya    Chimica, 1977

Richardson, Robert C.    Fisica, 1996

Richter, Burton    Fisica, 1976

Rifkin, Jeremy

Rodbell, Martin    Medicina, 1994

Rohrer, Heinrich    Fisica, 1986

Rota, Gian-Carlo

Rotblat, Joseph    Pace, 1995

Rowland, F. Sherwood    Chimica, 1995

Rubbia, Carlo    Fisica, 1984

Sharpe, William F.    Economia, 1990

Skilbeck, Malcolm

Soyinka, Wole    Letteratura, 1986

Steinberger, Jack    Fisica, 1988

Ting, Samuel C.C.    Fisica, 1976

Tobin, James    Economia, 1981

Touraine, Alain

Walcott, Derek    Letteratura, 1992

Watson, James D.    Medicina, 1962

Weinberg, Steven    Fisica, 1979

Wiesel, Elie    Pace, 1986

Zewail, Ahmed H.    Chimica, 1999

Zinkernagel, Rolf M.    Medicina, 1996

Premio Nobel per la Chimica 1994
."Sono nato il 22 maggio 1927 a Budapest, in Ungheria, da Julius Olah e Magda Krasznai. Mio padre faceva l’avvocato, e per quanto ne possa sapere nessuno dei miei familiari aveva mai mostrato un qualche interesse nei confronti della scienza. Sono cresciuto tra le due guerre, e ho ricevuto una buona educazione generale, quella su cui potevano contare i figli della classe media in un paese il cui sistema scolastico faceva risalire le proprie radici alla monarchia austroungarica.

Frequentai il ginnasio (una combinazione di scuola secondaria inferiore e superiore) in una delle migliori scuole di Budapest, gestita dai padri Scolopi, un ordine cattolico: un corso di studi rigido e impegnativo, e che dava molta importanza alle discipline umanistiche, con 8 anni di latino, più tedesco e francese come altre lingue obbligatorie. Anche se avevamo un ottimo professore di scienze, che più tardi divenne docente di fisica all’Università di Budapest, non ricordo di essermi particolarmente interessato alla chimica durante gli anni della scuola. Ad attirarmi erano le materie umanistiche, soprattutto storia, letteratura, ecc. Ero e sono tuttora – un accanito lettore, e sono convinto che dedicarsi troppo presto a un settore specifico comprometta l’opportunità di ricevere un’educazione sufficientemente ampia e bilanciata. Anche se leggere i classici in latino a scuola può non essere gratificante come lo sarebbe a un’età più matura, pochi scienziati possono permettersi simili diversioni in fasi successive della vita.

Dopo il diploma, e dopo essere sopravvissuto alle devastazioni della guerra a Budapest, rendendomi conto delle difficoltà di affrontare la vita in un paese piccolo e logorato da un conflitto, al momento di iscrivermi all’Università scelsi di studiare chimica, attirato dalla grande varietà offerta da questa disciplina".

Gli studi di chimica a Budapest

"Il mio corso al Politecnico di Budapest era relativamente piccolo: quando cominciammo gli iscritti erano circa 70/80, e si dimezzarono nel corso del primo anno in seguito a una serie di esami orali particolarmente impegnativi, che escludevano dal corso quanti non riuscivano a superarli. Era una procedura piuttosto crudele, dovuta al fatto che i laboratori erano così limitati che solo pochi potevano trovarvi una sistemazione. Allo stesso tempo, la preparazione sperimentale era decisamente approfondita. Nel laboratorio di chimica organica facemmo almeno quaranta preparazioni di Gatterman. E questo ci diede sicuramente delle basi ben solide.

La chimica organica mi interessava in modo particolare, e più avanti ebbi la fortuna di diventare assistente del professor Geza Zemplen, il più qualificato docente di chimica dell’Ungheria, che a sua volta era uno studente di Emil Fischer a Berlino, e aveva creato nel paese una rinomata scuola di chimica organica. Anche lui, come Fischer, si aspettava che gli studenti si mantenessero, e addirittura che pagassero per il privilegio di stare nel suo laboratorio. Diventare suo assistente significava dunque non essere pagati, ma in compenso io non dovetti pagare. Zemplen era molto rinomato, e lavorare per lui era un’esperienza incredibile. Amava molto anche dare delle feste, e gli incontri da lui organizzati nei locali della zona duravano spesso per giorni. Si trattava, indubbiamente, di esperienze che sviluppavano la nostra capacità di resistenza.

Zemplen si occupava di carboidrati, e soprattutto di glicosidi. All’inizio della nostra collaborazione risultò chiaro che le mie idee e i miei interessi non andavano sempre d’accordo con i suoi. Quando suggerii che i carboidrati contenenti fluoro avrebbero potuto essere interessanti per le reazioni di accoppiamento, la sua reazione fu, come era prevedibile, molto negativa. A un certo punto, comunque, si arrese. E in effetti, cercare di portare avanti la chimica del fluoro nell’Ungheria del dopoguerra era davvero una pretesa. Mancavano perfino i componenti chimici essenziali per il lavoro, come l’acido fluoridrico, il fluorosolfito e il trifluoruro di bromo. Li preparai io stesso, grazie anche all’entusiastica collaborazione di alcuni dei miei collaboratori di allora (A. Pavlath, S. Kuhn). Lo spazio disponibile in laboratorio, e in particolare le cappe (del genere che funziona solo grazie al tiraggio prodotto da un bruciatore a gas che porta verso l’alto e attraverso un camino, insieme all’aria calda, alcuni dei fumi inquinanti prodotti) scarseggiavano. E anche se nel frattempo ero diventato un assistente, non era gradito il fatto che io ‘inquinassi’ le ricerche più importanti e tradizionali. Tuttavia il laboratorio, che si trovava al secondo piano dell’Istituto di chimica, aveva sul retro una terrazza aperta, che veniva usata per riporre i prodotti chimici. Con uno di quei gesti inaspettati che gli erano caratteristici, Zemplen acconsentì a che io la utilizzassi. Con qualche sforzo la chiudemmo, ci installammo due vecchie cappe e ben presto cominciammo a lavorare in quello che venne definito ‘il laboratorio-terrazza’. Non so neanche se Zemplen ci abbia mai messo piede, ma noi ci godevamo la nostra nuova sistemazione, e l’implicita ammissione che la nostra chimica del fluoro, e il relativo studio delle reazioni di Friedel-Crafts e dei loro composti intermedi, era ormai ufficialmente tollerata.

Alcuni degli articoli da me pubblicati in Ungheria all’inizio degli anni ’50 attirarono l’attenzione di Hans Meerwein. È ancora un mistero per me come sia arrivato a leggerli su una rivista ungherese, anche se esisteva un’edizione in lingua straniera dei Chimica Acta ungheresi. In ogni caso, ricevetti da lui una lettera di incoraggiamento, e in seguito stabilimmo una corrispondenza, cosa all’epoca non facile, dato l’isolamento in cui si trovava l’Ungheria. Credo che le mie difficoltà gli abbiano ispirato simpatia, visto che un giorno, grazie a lui, ricevetti una bombola di trifluoruro di boro. Che dono prezioso!"

Il trasferimento all’estero

"Dopo l’instaurazione del regime comunista, il sistema scolastico fu ristrutturato seguendo l’esempio sovietico. L’importanza della ricerca universitaria venne ridotta, e furono creati istituti di ricerca sotto il patrocinio dell’Accademia delle Scienze. Nel 1954 fui invitato a far parte dell’Istituto Centrale di Ricerca Chimica dell’Accademia delle Scienze ungherese, e riuscii a creare un piccolo gruppo di ricerca in chimica organica, sistemato provvisoriamente nei laboratori di un istituto di ricerca industriale. Insieme a questo gruppo, del quale faceva ormai parte anche mia moglie, riuscimmo a espandere il nostro lavoro e a sfruttare al meglio le opportunità che ci erano offerte. Nell’ottobre del 1956 l’Ungheria si ribellò contro il dominio sovietico, ma la ribellione fu presto soffocata da una dura repressione, che provocò la perdita di molte vite umane. Ancora una volta Budapest fu devastata, e il futuro ci apparve piuttosto incerto. Tra il novembre e il dicembre del 1956 circa 200.000 ungheresi, soprattutto giovani, abbandonarono il paese: anch’io, insieme alla mia famiglia e a buona parte dei miei colleghi, decisi di seguire questa strada e di rifarmi una vita in Occidente.

Nel 1949 avevo sposato Judith Lengyel: la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ci conoscevamo fin da ragazzi, e adesso siamo felicemente sposati da più di 50 anni. All’inizio, Judy lavorava come assistente tecnica al Politecnico, ma dopo il matrimonio si iscrisse alla facoltà di Chimica. Lei sostiene, probabilmente a ragione, che io sia stato l’unico responsabile di questa decisione, presa solo per andare d’accordo con un marito determinato e convinto che nella vita non ci fosse molto altro che la chimica. Dal mio punto di vista, era molto positivo che potessimo comprendere davvero il rispettivo lavoro, e perfino lavorare insieme. Il nostro figlio maggiore, George John, è nato a Budapest nel 1954. Dopo aver lasciato l’Ungheria, ai primi di dicembre del 1956, verso la fine del mese raggiungemmo Londra, dove mia moglie aveva dei parenti. Nella primavera del 1957 ci spostammo in Canada, a Montreal, dove mia suocera si era trasferita dopo la fine della guerra.

Durante il nostro soggiorno londinese ebbi per la prima volta l’occasione di entrare in contatto con alcuni dei chimici le cui ricerche avevo conosciuto, e ammirato, attraverso le riviste. Li trovai molto gentili e collaborativi: Christopher Ingold e Alexander Todd, in particolare, si diedero da fare per un giovane chimico ungherese, rifugiato politico e praticamente sconosciuto, in un modo che non dimenticherò mai, e di cui sarò loro eternamente grato.

All’epoca la Dow Chemical, la cui casa madre si trovava a Midland, nel Michigan, stava creando un piccolo laboratorio di ricerca cento miglia oltre il confine, a Sarnia, nell’Ontario, dove si trovavano le sue consociate canadesi. Mi fu offerto di lavorare per questo nuovo laboratorio, e furono assunti anche due dei miei vecchi collaboratori ungheresi, tra cui Steven Kuhn. Verso la fine di maggio del 1957 ci trasferimmo a Sarnia. Dato che le nostre spese di trasloco venivano pagate dalla società, imbarcammo sul treno in partenza da Montreal due scatole di cartone che contenevano tutti i nostri possedimenti terreni, e cominciammo la nostra nuova vita. Il nostro figlio minore Ronald Peter è nato a Sarnia nel 1959. All’epoca Judy non aveva la possibilità di proseguire la sua carriera: fu costretta a sacrificarla per dedicarsi ai nostri figli. Avrebbe ripreso ad occuparsi di ricerca solo dieci anni più tardi, a Cleveland, dopo che ero tornato alla vita accademica".

Le prime ricerche sui carbocationi

"Gli anni trascorsi a Sarnia presso la Dow furono produttivi: proprio durante questo periodo avviai le mie ricerche sui carbocationi stabili. La Dow faceva e fa un grande uso della chimica carbocationica, come nel caso del processo di produzione dell’etilbenzene con la procedura Friedel-Crafts per la produzione di stirene. Il mio lavoro aveva dunque anche un’applicazione pratica, e contribuiva a migliorare alcuni processi industriali. In cambio venivo trattato bene, ed ero libero di proseguire le mie ricerche: a un certo punto venni promosso alla carica di ‘company Scientist’, il ruolo più elevato possibile per un ricercatore che non aveva responsabilità amministrative.

Nella primavera del 1964 mi trasferii agli Eastern Research Laboratories della Dow a Framingham, nel Massachusetts, nati sotto la guida di Fred McLarrerty. Successivamente il laboratorio venne trasferito a Wayland, alla periferia di Boston. Nell’estate del 1965 fui chiamato alla Western Reserve University di Cleveland, nell’Ohio, e tornai così alla vita accademica, con la responsabilità aggiuntiva di presiedere il dipartimento.

Gli anni trascorsi a Cleveland furono molto soddisfacenti, sia dal punto di vista scientifico che personale. Mia moglie Judy riuscì a riprendere il lavoro al mio fianco, e il mio gruppo di ricerca si ingrandì rapidamente. I dipartimenti di chimica dell’Università e il vicino Case Institute of Technology erano praticamente attaccati, separati solo da un parcheggio. Risultò chiaro che sarebbe stato logico unirli per creare un dipartimento unico, più grande. Riuscimmo ad arrivarci nel 1967, stranamente senza eccessivi contrasti, e mi fu chiesto di presiedere il dipartimento congiunto finché la situazione non si fosse normalizzata. Solo nel 1969 riuscii a rinunciare ai miei incarichi amministrativi. Dato che lavoravo molto, le mie ricerche non ebbero a soffrirne: questi anzi furono probabilmente tra i miei anni più produttivi.

Dopo dodici anni a Cleveland, era di nuovo venuto il momento di muoversi: il nostro figlio maggiore, George, stava per terminare il college, e il più piccolo, Ron, che stava finendo le superiori, prese la decisione di iscriversi a Stanford. E ci convinse che sarebbe stato piacevole trasferirsi tutti in California. Il caso volle che nell’autunno del 1976 un vecchio amico, Sid Benson, mi contattasse per sapere se sarei stato interessato a lavorare con lui alla University of Southern California, a Los Angeles. Dopo qualche visita in quella città, la sfida costituita dal cercare di sviluppare la chimica in un’università così dinamica e il fascino della vita nella California del Sud ci convinsero a trasferirci. La California ci prese – e ci prende tuttora – il cuore. Dato che le strutture destinate alla chimica disponibili alla USC erano piuttosto limitate, fu proposto di creare un istituto di ricerca destinato a lavorare nel settore degli idrocarburi, e di dotarlo delle necessarie strutture. Ci trasferimmo nel maggio del 1977, seguiti da una quindicina di membri del nostro gruppo di ricerca. Riuscimmo anche ad organizzarci in modo da portare con noi gran parte degli apparecchi di laboratorio e i prodotti chimici. Due settimane dopo il nostro arrivo con gli enormi camion dell’impresa di traslochi avevamo ricominciato a lavorare in una sistemazione provvisoria, mentre il nostro istituto di ricerca veniva costruito, grazie alla generosità dei Loker, amici e sostenitori dell’Università, da cui l’Istituto prese il nome. Pochi anni dopo Dan Loker venne a mancare, ma Katherine continua a presiedere il consiglio di amministrazione dell’Istituto. Grazie alla sua generosità e a quella di altri amici è stata da poco completata una splendida, nuova ala dell’Istituto, che raddoppia lo spazio a nostra disposizione".

Il direttore del Loker Hydrocarbon Research Institute sembra essere convinto che per capirlo davvero sia indispensabile essere specializzati in chimica organica. Dopo tutto, Olah passa la maggior parte della sua vita in laboratorio, studiando idrocarburi e reazioni chimiche. Nel resto del tempo scrive articoli scientifici, studia la storia della scienza o discute di esperimenti con la collega, e moglie, Judith.

All’età di 72 anni, non sa dire con certezza cosa lo spinga a dedicare gran parte della sua vita allo studio della materia organica. Ma è certo che sia stata questa completa dedizione – o "fissazione" come la chiama lui – a portarlo all’avanguardia in questo settore.

"Nella vita ci sono un sacco di cose che possono distrarti, e molte persone si fanno sviare a un punto tale da perdere di vista il loro punto forte", dice Olah. "Io sono abbastanza fortunato da riuscire a chiudere fuori le altre cose, e concentrarmi su quello che sto facendo in quel momento. Cerco sempre di focalizzarmi su ciò che faccio meglio".

Il Premio Nobel

Nel 1994 Olah vince il Premio Nobel per la Chimica "per il suo contributo alla chimica dei carbocationi".

"Gli idrocarburi, composti di carbonio e ossigeno, sono la materia di cui sono fatti il gas naturale e il petrolio, e sono quindi essenziali per nostra vita quotidiana", ricorda Olah in apertura della sua Nobel Lecture, tenuta a Stoccolma in occasione del conferimento del Premio. "Bruciare idrocarburi serve a produrre nelle centrali elettriche l’energia per riscaldare le nostre case. Alcuni derivati, come la benzina e il gasolio, fanno funzionare automobili, camion e aeroplani. Gli idrocarburi sono anche la materia prima per realizzare praticamente qualsiasi cosa, dalle plastiche ai prodotti farmaceutici. Ma ciò che la natura ci fornisce deve comunque essere trattato e modificato. E probabilmente sarà anche necessario produrre noi gli idrocarburi, dato che le risorse naturali sono esaurite. Molti dei processi utilizzati sono catalisi acide comprendenti reazioni chimiche le quali agiscono attraverso ioni positivi intermedi. Di conseguenza, la conoscenza dei composti intermedi e della loro chimica è di importanza fondamentale sia per la ricerca di base che per quella applicata".

I carbocationi, e le specie povere di elettroni ad essi collegate, sono uno dei più importanti composti intermedi di tutta la chimica organica. Mentre l’esistenza dei carbocationi è stata dedotta indirettamente nel corso degli anni grazie agli studi cinetici, così come dalle indagini stereochimiche, la possibilità di osservarli direttamente e studiarli come una specie durevole restava una delle sfide fondamentali della chimica. È in questa situazione che bisogna collocare gli studi di Olah, per comprenderne appieno il potenziale innovativo.

All’inizio degli anni ’60 Olah e i suoi collaboratori avevano scoperto che era possibile produrre carbocationi stabili utilizzando un nuovo tipo di composti estremamente acidi, molto più potenti degli acidi classici, che furono definiti "superacidi" o "acidi magici".

"Ad assegnare il nome di ‘Magic Acid’ al composto FSO3H-SbF5 è stato J. Lukas, un ricercatore tedesco che lavorava con me a Cleveland negli anni ’60. Dopo una festa che si era svolta in laboratorio, Lukas mise nell’acido i rimasugli di una candela natalizia. Questa si sciolse, e la soluzione così creata fornì un eccellente spettro a risonanza magnetica nucleare del butil-catione terziario. Intorno a questo risultato si sviluppò comprensibilmente molto interesse, e per questo Lukas battezzò l’acido ‘magico’. Cominciammo a chiamarlo tutti così; credo sia stato Ned Arnett il primo ad usare questo nome in letteratura, dove successivamente prese piede. Quando un mio ex specializzando, J. Svoboda, creò una piccola azienda (la Cationic) per produrre e vendere alcuni dei nostri reagenti ionici registrò il marchio Magic Acid, che da allora è stato commercializzato con questo nome".

Questa scoperta consentì di allungare la brevissima vita dei carbocationi, rivoluzionando gli studi su queste sostanze così elusive.

"Ho ancora vivo nella mia mente il ricordo di quando, nell’estate del 1962, sono riuscito per la prima volta a presentare in pubblico le nostre ricerche alla Brookhaven Organic Reaction Mechanism Conference. L’evento centrale della serata era l’eterno dibattito tra Saul Winstein e Herbert C. Brown (il pioniere dell’idroborazione, Premio Nobel per la Chimica nel 1979) sulla natura classica o non classica di alcuni carbocationi. Sia loro che altri dei presenti rimasero sorpresi nel vedere che un giovane chimico proveniente da uno sconosciuto laboratorio industriale era stato chiamato a tenere un intervento importante, e che sosteneva di aver ottenuto carbocationi stabili e di lunga durata grazie ad un metodo semplice e nuovo, ossia utilizzando sistemi superacidi. Ricordo che sia Winstein che Brown mi chiamarono da parte separatamente durante la conferenza, e mi avvertirono che un chimico giovane come me avrebbe dovuto essere estremamente prudente nel fare simili affermazioni. Entrambi sottolinearono che probabilmente mi sbagliavo, e che non avrei potuto ottenere questi ioni di lunga durata. [...]

E invece, in quell’occasione e successivamente in una serie di altri incontri e pubblicazioni, avevo in mano prove convincenti per dimostrare che, dopo una lunga e spesso frustrante ricerca, avevamo finalmente ottenuto dei cationi alchilici durevoli e stabili in soluzione superacida.

Cominciò così la chimica dei carbocationi stabili e di lunga durata, così come li conosciamo oggi: i progressi in questo settore furono rapidi e rilevanti. Per chi come me opera in un laboratorio industriale non è sempre facile pubblicare le proprie ricerche. Desidero perciò ringraziare nuovamente la Dow Chemical per avermi consentito non solo di portare avanti queste ricerche ma anche di pubblicarne i risultati".

Lo studio e la chimica dei carbocationi stabili si sono sviluppati rapidamente in tutto il mondo fino a diventare un campo di ricerca diffuso e largamente applicato.

Nel corso dei suoi studi, Olah si è reso conto che gli ioni positivi degli idrocarburi non comprendono solo i più diffusi ioni trivalenti (di cui CH3+ è il capostipite) ma che esiste anche un’altra importante classe di carbocationi ipercoordinati (di cui è progenitore CH5+) in cui il carbonio carbocationico è coordinato simultaneamente a cinque o più leganti. In condizioni ioniche stabili era possibile determinare la struttura di un numero crescente di carbocationi, usando soprattutto la spettroscopia a risonanza magnetica nucleare ma anche altri metodi come la spettroscopia elettronica per l’analisi chimica, gli infrarossi Raman, la spettroscopia a raggi ultravioletti e persino la cristallografia a raggi X. Basandosi su queste osservazioni Olah, in una fondamentale pubblicazione del 1972, propose le definizioni, oggi generalmente accettate, di carbocationi (in analogia con quella di carbanioni per gli atomi negativi di carbonio) e la differenziazione tra il carbenio trivalente e gli ioni di carbonio ipercoordinati (precedentemente definiti anche ioni classici e non classici).

Esaurienti studi in molti laboratori arrivarono a definire la struttura di centinaia – oggi migliaia – di carbocationi diversi.

Le ricerche di Olah hanno contribuito anche a risolvere la cosiddetta controversia sugli ioni classici e non classici, e sono riuscite ad unificare in un singolo concetto ciò che già si sapeva su aree apparentemente molto diverse.

"L’analisi critica di una questione controversa è sempre utile per eliminare la possibilità che ci siano degli errori. Una delle mie citazioni preferite è questa, di George von Bekessy (Premio Nobel per la Medicina 1961): ‘Uno dei modi possibili per individuare un errore è quello di avere amici disposti a dedicarci il tempo necessario prima per esaminare criticamente il progetto di un esperimento, e successivamente per valutarne i risultati’. Ma un modo anche migliore è quello di avere un nemico, disponibile a impiegare molto tempo e molta energia per scovare errori grandi e piccoli, senza per ciò ottenere alcuna ricompensa. Il problema è che i nemici davvero in gamba sono rari: la maggior parte di loro non è niente di speciale. Un altro problema poi è che a volte i nemici si trasformano in amici, e perdono buona parte del loro entusiasmo. Chi scrive ha perso proprio in questo modo i suoi tre migliori nemici. E tutti – non solo gli scienziati – hanno bisogno di qualche buon nemico!"

Olah ha mostrato inoltre come le conoscenze sui superacidi e sui carbocationi possano essere utilizzate per facilitare la sintesi di nuovi e importanti composti organici, e come usando i superacidi come catalizzatori sia possibile produrre in modo semplice ed economico molte piccole molecole organiche, spesso utilizzate come materiale di partenza in sintesi chimiche molto diffuse.

 

Chimica organica e inorganica

Olah ha fornito un contributo sostanziale non solo alla chimica organica, ma anche alla chimica inorganica dei sistemi superacidi. Ha sviluppato anche sistemi superacidi solidi ed è stato tra i primi a promuoverne l’uso come catalizzatori nelle conversioni idrocarboniche e nelle reazioni sintetiche.

Tutto ciò ha condotto a una serie di nuovi, utili reagenti sintetici che hanno trovato applicazioni sia nella chimica organica che in quella inorganica.

Le sue ricerche pionieristiche hanno superato quindi i tradizionali confini tra la chimica organica e quella inorganica, come è dimostrato dallo sviluppo della chimica dei superacidi, degli ioni stabili, del supercarbonio, della nitrazione dei sali di nitronio, e dalle numerose applicazioni di nuovi reagenti sintetici e di nuove metodologie utili e importanti.

I suoi metodi sono oggi usati quotidianamente da tutti i chimici del mondo e sono entrati a far parte dei testi elementari di chimica sia organica che inorganica.

A oggi sono stati studiati molti carbocationi, molto diversi tra loro dal punto di vista strutturale, e questo, oltre a fornire un contributo fondamentale alla nostra comprensione dei legami chimici, ha prodotto molte applicazioni pratiche. Le scoperte di Olah hanno infatti aperto la strada alla benzina senza piombo, a tecniche di raffinazione del petrolio più efficaci, a materie plastiche innovative e a molti nuovi farmaci.

"Gli idrocarburi sono la materia prima di molte delle cose che usiamo nella vita di tutti i giorni, come il petrolio o il metano, eppure tendiamo a darli per scontati", spiega Olah. "Se ci guardiamo intorno, gli idrocarburi hanno a che vedere praticamente con tutto. Servono per fare la benzina, i medicinali e la plastica. Di conseguenza, è molto importante riuscire a comprendere il loro processo di trasformazione".

Nel 1995 Olah è stato celebrato dalla pubblicazione "Who’s Who in America" come uno dei cinquanta americani viventi da additare come esempio di leadership, ispirazione e successo nel proprio campo. Ma lui ridacchia modestamente al pensiero dell’improvvisa notorietà che il Premio Nobel gli ha dato. Il fatto è che, quando gli è arrivata la telefonata dell’Accademia Reale delle Scienze che annunciava la notizia, aveva già accumulato un bel po’ di onorificenze scientifiche di alto livello, tra cui il Chemical Pioneer Award dell’American Institute of Chemists. "Mi piace pensare che fossi un buon chimico anche prima di vincere il Nobel", scherza Olah. "Naturalmente è un grande onore, ma io faccio quello che faccio perché è la mia passione, la mia vita. E cerco di far sì che la notorietà non mi distragga dal mio lavoro".

E infatti ha affidato il denaro del premio – oltre 900 mila dollari – a sua moglie Judith, che ha lavorato con lui in laboratorio fino a quando non è andata in pensione, alcuni anni fa: "È lei che gestisce le finanze della famiglia". Interrogata sulla loro collaborazione professionale, Judith Olah ha affermato: "È stato un capo meraviglioso. Voglio dire, abbiamo lavorato insieme dal 1955, e siamo ancora sposati. Questo dovrebbe dirvi tutto".

Quasi a confermare le parole di sua moglie, Olah conclude la sua autobiografia scritta per la Fondazione Nobel con un riconoscimento a quanti hanno lavorato con lui: "Per quanto il Premio Nobel sia personalmente gratificante per qualsiasi scienziato, ritengo si tratti anche di un riconoscimento a tutti i miei studenti e collaboratori (al momento, quasi 200) passati e presenti, che nel corso degli anni hanno tanto contribuito, con il loro duro lavoro, al nostro sforzo congiunto. Ed è anche un riconoscimento al fondamentale contributo fornito da tanti colleghi e amici in tutto il mondo a un settore della chimica che non ottiene spesso attenzioni o riconoscimenti".

Concentrazione e disciplina

Parlando delle scoperte che lo hanno portato al Nobel, Olah afferma che non possono essere attribuite a una rivelazione o a un’improvvisa intuizione. Si tratta piuttosto del frutto della sua permanenza insolitamente lunga in laboratorio, che comincia generalmente alle prime luci dell’alba e prosegue fino a tarda notte. "Gli scienziati sono come bambini che cercano di trovare cose nuove e inattese. Ma non entri certo in laboratorio alle 9 del mattino, dichiarando che quel giorno farai una scoperta di fondamentale importanza.

Per quello che mi riguarda, tutto dipende dalla concentrazione e dalla disciplina. Ma credo si possa dire lo stesso di molte altre persone: scrittori, artisti, compositori. Tutta gente che deve esser capace di concentrarsi completamente su quello che sta facendo", sostiene Olah. Non è un caso che lo scienziato paragoni la sua determinazione a quella di Beethoven, Shakespeare e Chagall. Per lui, la chimica è un processo creativo paragonabile all’arte. "Al college capita spesso di vedere messi sullo stesso piano i due termini ‘arti’ e ‘scienze’. Molti pensano che questo sia dovuto solo alla struttura amministrativa, mentre queste due realtà hanno molte caratteristiche comuni. Entrambe si impegnano per capire, e per esprimere".

In effetti, i suoi colleghi lo descrivono come una persona dotata di un suo stile personale e di un approccio molto particolare alla chimica, caratterizzato spesso da disinvolti voli di fantasia. Se glielo si dice, lui si limita a riderci su: "Molte persone sono in grado di produrre ottimi dipinti nello stile di qualcun altro, ma ci sono alcuni artisti in grado di creare un loro proprio stile", spiega. "Lo stesso ragionamento può essere applicato alla scienza. Puoi seguire una strada già tracciata, ma è molto più divertente filarsela da soli".

Un elogio della ricerca applicata

Ma Olah non si limita a dimorare nei regni della scienza teorica e astratta. Anzi, si impegna perché le sue scoperte siano utilizzate per scopi pratici, o pubblicate così da consentire ad altri di trarre beneficio dal suo lavoro.

Ha firmato più di 1.000 articoli e quindici libri, e detiene oltre cento brevetti: "Quello che mi affascina della chimica è che ha una portata così ampia. Dà un contributo importante a tutte le scienze della vita, le biotecnologie e così via. E poi ci sono tutti i materiali prodotti dall’uomo – carburanti, prodotti farmaceutici, tessuti, tinture – che nascono dalla chimica", spiega. "Si tratta davvero di una scienza fondamentale per lo sviluppo".

Olah sostiene con fermezza l’importanza della ricerca finalizzata. Afferma che gli Stati Uniti, che consumano 15 milioni di barili di petrolio al giorno, esauriranno le loro risorse entro il prossimo secolo se gli imprenditori non cercano soluzioni alternative. "Mi preoccupa vedere quanto poco ci preoccupiamo delle prospettive a lungo termine. Se vogliamo conservare uno standard di vita in qualche modo simile a quello attuale, dobbiamo mantenere la nostra leadership nei settori della tecnologia e delle scienze".

E per quanto riguarda la presunta contrapposizione fra ricerca pura e ricerca applicata? "A parità di condizioni, non c’è niente di sbagliato nel fare qualcosa che potrebbe essere utile", sostiene Olah. "Alcuni ritengono che tu sia contaminato, se fai qualcosa che abbia la benché minima applicazione pratica, mentre io penso che rappresenti una sfida importante".

Sebbene sia arrivato a una fase della vita in cui molti scelgono di andare in pensione, Olah sostiene che sta lavorando più intensamente che mai, sviluppando i suoi progetti di ricerca, insegnando chimica organica avanzata e, auspicabilmente, ispirando futuri scienziati. "Oggi pensiamo di essere arrivati al massimo delle conoscenze nel nostro settore", afferma, "ma sono certo che le generazioni future, guardandosi indietro, sorrideranno della nostra ingenuità. Spero solo che diranno anche: ‘beh, almeno hanno



1999
Effetto serra: una sfida per i combustibili del futuro