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Premio
Nobel per la Medicina 1965 È un bambino precoce, sensibile e intelligente, di salute fragile e di indole solitaria, con il rimpianto di essere figlio unico: "Tutti i miei amici avevano dei fratelli e delle sorelle. Io no. Sopportavo male questa situazione. La vivevo come una ferita, uninfermità. Anche come una violazione delle regole del gioco. Uningiustizia che mi privava di un alleato al quale avevo diritto. Di un socio per la vita. [ ] Essere solo voleva dire [ ] non incontrare nessuna opposizione, nessuna resistenza vivente, nessun altro capace di rappresentare il resto del mondo [ ]. Voleva dire che spesso, troppo spesso, era a me e a me solo che parlavo". La famiglia si trasferisce a Parigi, dove Jacob frequenta il Lycée Carnot, che ricorda con orrore: "Un universo di abbrutimento e di terrore. Terrore di essere in ritardo, di dimenticare un compito, di non sapere una lezione, di essere chiamato alla lavagna, di trovarsi allimprovviso di fronte a uninterrogazione scritta. Come se la funzione del liceo fosse non tanto quella di insegnare ai giovani, ma quella di domarli, di uniformarli, di colarli tutti nello stesso stampo". Eppure Jacob ama studiare, riesce bene in fisica e in matematica, e ha una solida formazione classica costruita in gran parte a casa, con le letture consigliate e procurate dal nonno paterno. Il fascino della chirurgia Dopo il diploma, si iscrive alla Facoltà di medicina, con lintenzione di diventare un chirurgo: "La chirurgia dava limpressione di essere utili, di servire il prossimo. Cera, nel mestiere del chirurgo, un lato stregonesco, addirittura demiurgico, che mi tentava". Lo zio Henri, medico, nel tentativo di dissuaderlo lo fa assistere a unoperazione fatta da un amico chirurgo. Ottenendo il risultato opposto: "Lungi dal non poter sopportare la vista del sangue e della carne viva, mi trovai immerso in un universo [ ] in cui tutto mi affascinava: lattenzione, la solennità degli uomini e delle donne vestiti e mascherati di bianco; lautorità del chirurgo attorno a cui tutti si affacendavano per soddisfarne la minima direttiva, il minimo desiderio; leconomia della parola; la precisione e lefficacia dei gesti; il rituale minuzioso della scena; il lato un po religioso del silenzio; [ ] il lato sportivo, la lotta contro il tempo e contro il male [ ]. Che intensità in quella sala operatoria! Che fabbrica di speranza!". I suoi studi vengono però interrotti dalla guerra. Nel giugno 1940, mentre frequenta il secondo anno di università, decide di lasciare il paese per recarsi a Londra e arruolarsi nellesercito della Francia libera. Viene inviato come ufficiale medico in Africa, ed è testimone dei combattimenti nel Fezzan, in Libia, in Tripolitania e in Tunisia, dove viene ferito. È poi assegnato alla seconda Divisione Corazzata e nellagosto 1944, in Normandia, riporta ferite ancora più gravi, tanto che rimane in ospedale per diversi mesi. "Inchiodato su un letto come uno scarabeo rovesciato sulla schiena. Imprigionato come in una camicia di forza. Quando ho cominciato a riprendere vagamente conoscenza, mi sono ritrovato immobilizzato, il braccio destro e tutto il torace imprigionati in un gesso. La gamba destra e il bacino in un altro. Troppo debole per poter ancora muovere ciò che restava ancora libero. Non provavo neanche a muovermi, emergendo appena alla luce per ripiombare subito nel nulla. [ ] Tempo informe, senza ritmo né desiderio. Con un sottofondo di dolore potente quando riprendevo i sensi. Con dei tavoli operatori. Delle anestesie. Lo sfregamento delle lenzuola ruvide. Lodore di etere. Delle impennate di febbre che facevano indietreggiare i muri della stanza. Degli aghi nel braccio libero. Delle teste duomo in camice bianco. [ ] Dei sussurri, conciliaboli sulla vita e sulla morte. La sola coscienza che avevo, era quella di non sapere dove fossi. Di aver perduto il mondo. E poi, lentamente, il tempo si è rimesso a posto. I giorni hanno finito per nascere dalla notte interminabile". Al termine della guerra, riceve importanti onorificenze come la Croix de la Libération la più alta onorificenza militare francese dellultima guerra e la Gran Croce della Legion dOnore. Ma, come tanti giovani reduci, si ritrova amareggiato e deluso: "Il mondo dopo la guerra, la Francia dopo la guerra: ne avevamo discusso allinfinito fra le sabbie del deserto. Come aggiungere un po di giustizia sociale alla libertà ritrovata? Avevo seriamente creduto che la vittoria si sarebbe accompagnata a una rivoluzione? Che lo stesso slancio che doveva schiacciare il nazismo avrebbe costruito un paese così nuovo che il potere non sarebbe stato più nelle mani di una borghesia dominata dal denaro? [ ] La maggior parte degli uomini e delle donne avevano guardato il dramma svolgersi come un temporale passeggero. La loro preoccupazione principale, il sale della vita, ai loro occhi era preservare i propri beni, accrescerli, e gioire in pace dei vantaggi che essi procurano. [ ] Quegli uomini e quelle donne che erano sopravvissuti sui campi di battaglia, nei combattimenti clandestini, nei campi di sterminio, tutti coloro che avevano passato degli anni nellorrore e nellangoscia, cosa potevano sognare adesso? Quelli della mia generazione, in cosa potevano credere se non erano né religiosi né comunisti? Gli avevano rubato la gioventù, ucciso gli amici, schiacciati gli entusiasmi e le speranze. Quale senso, quale contenuto potevano ancora dare a parole come Onore, Verità, Giustizia? E anche Patria? Di queste grandi parole, lunica che resisteva ancora era Libertà. [ ] Era per la libertà che avevamo abbandonato la casa, la famiglia, il paese. Che avevamo combattuto. Che eravamo stati imprigionati, torturati. Non potevamo più permettere a nessuno di giocarci". La fine di un sogno Le ferite riportate gli impediscono di praticare la chirurgia, ma Jacob completa comunque gli studi universitari, e nella primavera del 1947 discute a Parigi la sua tesi: "Quando uscii dalla facoltà, mi ritrovai sul marciapiede, allo stesso tempo felice e triste. Felice perché avevo, finalmente, ottenuto il mio diploma; ero dottore in medicina; avevo il diritto di mettere una targa sulla mia porta e di attendere i clienti. Triste, perché quel diploma, che avrebbe dovuto fornirmi un mestiere, aprirmi una nuova vita, non mi serviva a niente. Non potevo usarlo. Non ero in grado di esercitare la medicina in maniera decente. Non sapevo che fare di me stesso. [ ] Non potendo fare il medico, mi serviva un altro destino. [ ] Volevo fare tutto. Ma non avevo la minima vocazione. Una totale assenza di gusto e di spirito. Pronto a tutto e a niente". Dopo varie occupazioni temporanee, decide di accettare un lavoro presso il Centro nazionale della penicillina: "E allora cominciò un periodo di noia interminabile. Si trattava, con degli ingegneri, di spingere la produzione [di antibiotici n.d.r.], di svilupparla, di adattarla a dei bisogni crescenti. Con dei farmacisti, di comporre delle soluzioni, delle pomate, dei colluttori. Non cerano difficoltà. Qualche complicazione. Niente di serio. [ ] Ma non riuscivo proprio ad appassionarmi al gioco dellindustria". Sempre nel 1947 Jacob incontra la pianista Lise Bloch a un concerto, assieme a degli amici comuni: "Era bella, con il suo vestito verde a disegni neri. Magra, slanciata, alta e con la vita sottile, una massa di lunghi capelli, la testa appollaiata su un collo soffice e lungo da Rinascimento fiorentino". Dopo poche settimane, capisce che è la donna della sua vita: "Amavo il carattere intero di Lisa, il suo bisogno di assoluto, perfetto per sedurre un tipo del mio genere, mai rimessosi dalla guerra e assetato di ideali. [ ] A volte, quando andavo a prenderla, la trovavo al piano. Lì, si dispiegava in tutta la sua grandezza. In qualche settimana con lei, imparai più musica che in tutta la mia vita precedente. La sera del 14 luglio Yves C. ci accompagnò, con la sua jeep, in giro per i balli del quartiere. Qualche mese più tardi eravamo sposati". Nel corso degli anni, hanno quattro figli: Pierre, nato nel 1949, i gemelli Laurent e Odile, del 1952, e Henri, del 1954. La vera vocazione Il periodo del lavoro senza passione e senza dedizione si conclude quando finalmente Jacob trova il coraggio di ammettere che la sua vera vocazione è la ricerca: "Lanciarmi nella ricerca, fare il grande passo nonostante le condizioni sfavorevoli, è probabilmente una decisione che si è formata poco a poco, che è maturata lentamente prima di affiorare alla coscienza. Eppure, oggi mi sembra essersi prodotta di colpo, nel corso di una cena con un cugino che aveva appena intrapreso questa strada. [ ] A sentir lui, non eravamo troppo vecchi per cominciare. Quello che ci mancava, potevamo sempre acquisirlo seguendo dei corsi di specializzazione alla Sorbona. La sola difficoltà era, a quasi trentanni, dopo un passato militare troppo lungo, trovare il coraggio di tornare sui banchi della facoltà con dei giovanotti di diciotto o diciannove anni. [ ] Mentre Hubert parlava, sentivo montare in me una specie di burrasca. Se un ragazzo della mia generazione poteva ancora lanciarsi nella ricerca senza coprirsi di ridicolo, allora perché non io? Rientrai a casa tutto eccitato. [ ] Il mattino dopo era fatta. Ero diventato un biologo, dalla nascita e per sempre". Non gli resta che scegliere un campo di ricerca: "Era una questione di intuizione, di naso oltre che di logica. Secondo alcuni indizi, si poteva sperare in un certo rimescolamento ai confini della genetica, della batteriologia e della chimica. Di tutta la biologia, era la genetica, la scienza dellereditarietà, ad attirarmi di più". Il problema era solo trovare un posto di lavoro: "Conoscevo male il serraglio scientifico e i suoi costumi. Di fatto, invertii lordine dei fattori. La regola del gioco, che imparai più tardi, vuole che il giovane studente trovi prima di tutto un padrino. Dopo di che, se tutto va bene, il padrino otterrà per il suo allievo un posto in uno degli organismi di ricerca. Ma con la mia paura di passare la vita ai margini di tutto, con la mia ansia di trovare infine, a quasi trentanni, una collocazione sociale e di guadagnarmi da vivere, mi misi innanzitutto alla ricerca di un posto". Dopo due tentativi falliti, al CNRS e allIstituto nazionale digiene, Jacob approda allInstitut Pasteur. Dove, dopo un breve colloquio, il direttore gli offre una borsa di studio per la ricerca: "Uscii ubriaco di entusiasmo e di orgoglio. LInstitut Pasteur era la Mecca della biologia. La sede di innumerevoli scoperte. Il laboratorio di ricercatori prestigiosi. Il sogno prendeva corpo". Il lavoro allInstitut Pasteur Dopo mesi di tentativi, nel giugno del 1950 riesce ad entrare nel laboratorio di André Lwoff, dove "regnava unatmosfera eccezionale, per il calore e lapertura mentale, la vitalità e limmaginazione". Fa conoscenza con Jacques Monod, assieme al quale lavorerà per anni, e con il mondo della ricerca, che non abbandonerà più: "Non era il mondo freddo, studioso, affettato, un po triste, un po noioso che spesso si immagina. Ma, al contrario, un mondo pieno di gaiezza, di imprevisti, di curiosità, di fantasia. Una vita animata dalla passione e allo stesso tempo dalla logica. Con le sue consorterie e le sue esclusività, i suoi idoli e i suoi divieti, i suoi codici e i suoi riti. E anche le sue lotte. La competizione per il primato. Non per il potere temporale. Ma per la potenza, il dominio intellettuale in seno al gruppo". Da questo momento, la sua storia è scritta negli annali della biologia molecolare e delle più prestigiose istituzioni accademiche e di ricerca francesi. Nel 1956 viene nominato direttore di laboratorio allInstitut Pasteur, e nel 1960 responsabile del Dipartimento di Genetica cellulare. Nel 1964 diviene anche docente al Collège de France, dove viene creata per lui una cattedra di Genetica cellulare. Dal 1982 al 1988 è stato Presidente del Consiglio damministrazione dellInstitut Pasteur. Il mistero della vita François Jacob si è occupato soprattutto dei meccanismi genetici dei batteri e dei batteriofagi, e degli effetti biochimici delle mutazioni. Inizialmente ha studiato le proprietà dei batteri lisogeni dimostrandone l"immunità", ossia lesistenza di un meccanismo che inibisce le attività dei geni nel profago così come nelle particelle infettive dello stesso tipo. Nel 1954 avvia una lunga e fruttuosa collaborazione con Elie Wollman, nel tentativo di definire la natura delle relazioni tra il profago e il materiale genetico del batterio. Questo studio porta alla definizione del meccanismo di coniugazione batterica, e consente di analizzare lapparato genetico della cellula batterica. Da tale ricerca è emersa tutta una serie di concetti innovativi, come il processo orientato di trasferimento genico dal maschio alla femmina, la circolarità del cromosoma batterico o il concetto di episoma. Lintera ricerca è stata riassunta nel saggio "La sessualità e la genetica dei batteri". Nel 1958 la notevole analogia tra lisogenia e biosintesi indotta della beta-galattosidasi, rivelata dallanalisi genetica, spinge Jacob a studiare, in collaborazione con Jacques Monod, il meccanismo responsabile del trasferimento dellinformazione genetica e quelli che regolano lattività e la sintesi delle macromolecole nella cellula batterica. Sulla base di questa analisi, Jacob e Monod propongono una serie di concetti totalmente nuovi: quelli di RNA messaggero, geni regolatori, operoni e proteine allosteriche. Queste ricerche, che pongono Jacob fra i pionieri della biologia molecolare, gli valgono nel 1965 il Premio Nobel per la Medicina (con André Lwoff e Jacques Monod), per le "scoperte riguardanti il controllo genetico della sintesi di enzimi e proteine". Nel suo discorso di presentazione dei vincitori, il Professor Sven Gard, membro del Comitato Nobel per la Medicina del Karolinska Institut, sottolinea come si tratti di una vera e propria rivoluzione concettuale: "[ ] François Jacob, André Lwoff, Jacques Monod, grazie ai vostri esperimenti, inattaccabili dal punto di vista tecnico, e alle vostre deduzioni logiche e ingegnose siete riusciti a conoscere da vicino la natura delle funzioni vitali, più di quanto chiunque altro abbia saputo fare in precedenza. Azione, coordinazione, adattamento e variazione: queste sono le manifestazioni più rilevanti della materia vivente. Mettendo laccento sullattività e sui meccanismi dinamici più che sulla struttura, avete posto le fondamenta, nel senso più vero del termine, della scienza chiamata biologia molecolare". Allepoca, tutto il vocabolario e larmamentario concettuale della genetica contemporanea erano ancora da costruire, tanto che Gard comincia così la sua presentazione: "Questo particolare settore di ricerca non è affatto semplice. Ho sentito uno dei vincitori, il professor Jacob, preavvertire un pubblico di specialisti più o meno con queste parole: Descrivendo i meccanismi genetici si deve scegliere tra essere inesatti ed essere incomprensibili. Nel corso di questa presentazione cercherò di essere tanto inesatto quanto me lo consente la mia coscienza". I meccanismi dellereditarietà E prosegue ricapitolando i progressi nella comprensione dei meccanismi dellereditarietà: "È risultato progressivamente sempre più chiaro che la risposta a quello che finora è stato poeticamente definito il segreto della vita deve essere ricercata nei meccanismi di azione e nella struttura del materiale ereditario, i geni. Naturalmente, questo settore centrale della ricerca è stato affrontato gradualmente, e partendo dalla periferia. Solo recentemente è stato possibile aggredire direttamente questi problemi fondamentali. Vari scienziati che hanno già vinto il Premio Nobel Beadle, Tatum, Crick, Watson, Wilkins, Kornberg e Ochoa hanno lavorato in questo settore, formulando alcune proposte fondamentali che hanno consentito agli scienziati francesi di proseguire nel loro sforzo. [ ] Era già chiaro che il progetto ereditario conteneva le informazioni strutturali collettive relative a tutte le sostanze necessarie al funzionamento della cellula vivente. Ma non si sapeva in che modo linformazione genetica si attivasse o venisse trasformata in attività chimica. Per quanto riguarda la funzione dei geni, si pensava che in occasione della creazione di una nuova cellula essi partecipassero a una specie di atto procreativo, producendo nuove sostanze necessarie alla vita della cellula, ma che in seguito rimanessero a riposo fino alla successiva divisione cellulare. Si supponeva che la struttura e la formazione dellapparato chimico così determinato definissero tutti i meccanismi regolatori necessari per mettere la cellula in condizione di adeguarsi ai cambiamenti ambientali e di fornire risposte adeguate a stimoli di genere diverso". Per arrivare quindi ai contributi di Jacob e dei suoi colleghi: "Per cominciare, il gruppo di ricercatori francesi è stato capace di dimostrare in che modo linformazione strutturale dei geni venisse utilizzata chimicamente. [ ] Le cellule possono adattarsi a diverse condizioni esterne. Devono esistere, dunque, dei meccanismi deputati al controllo delle attività dei geni. Il tentativo di individuare la natura di questi meccanismi è unimpresa ammirevole che ha aperto la strada alla possibilità di spiegare una serie di fenomeni biologici rimasti fino ad oggi misteriosi. La scoperta di una categoria di cui si ignorava lesistenza, i geni operatori, che controllano i geni strutturali, rappresenta una conquista di grande portata. [ ] In questepoca di progressi tecnologici siamo facilmente portati ad avere unopinione troppo elevata di noi stessi. Questo giustifica il fatto che ammiriamo molto i passi avanti fatti, per esempio, nel campo dellelettronica, dove gli sforzi di miniaturizzazione per diminuire la dimensione e il peso delle diverse componenti e ridurre il volume delle apparecchiature hanno consentito un rapido sviluppo della tecnologia spaziale. Dovremmo tuttavia tenere presente che la natura ha realizzato, milioni di anni fa, sistemi tanto perfetti da superare tutto ciò che il genio creativo delluomo è riuscito a concepire fino ad oggi. Una sola cellula vivente, che misura qualche millesimo di millimetro, contiene centinaia di migliaia di circuiti di controllo chimici, perfettamente armonizzati e funzionanti. È poco probabile che si riesca ad arrivare a un livello ulteriore di miniaturizzazione; abbiamo a che fare con componenti fatti di una singola molecola". La nascita della biologia molecolare E ancora, il Professor Gard sottolinea la portata della rivoluzione in atto: "Questo gruppo di ricercatori francesi ha aperto un nuovo settore di ricerca che può essere descritto come biologia molecolare nel senso più vero del termine. Lwoff rappresenta la microbiologia, Monod la biochimica e Jacob la genetica cellulare. La loro decisiva scoperta non sarebbe stata possibile senza conoscenze e competenza tecnica in tutti questi settori, né senza una stretta collaborazione tra i tre ricercatori. Ma conoscenze e competenze tecniche non sono sufficienti a risolvere il mistero della vita. È necessario avere anche spirito di osservazione, intelligenza logica, capacità di sintesi delle idee, una certa quantità di immaginazione e intuizione scientifica, tutte qualità di cui i tre ricercatori sono ampiamente dotati". E, rispetto alle possibili future applicazioni: "La ricerca in questi settori non ha ancora dato risultati utilizzabili in pratica. Tuttavia queste scoperte hanno dato un grande impulso alla ricerca in tutti i settori della biologia, con effetti di ampio respiro che si diffondono come onde sullacqua. Ora che conosciamo la natura di questi meccanismi, abbiamo la possibilità di capire come dominarli, con tutte le conseguenze che questo sicuramente comporterà per la medicina". Mai come in questo caso, la promessa di ricadute pratiche di una scoperta è stata mantenuta. Nel 1963, insieme a Sydney Brenner, Jacob ipotizza lesistenza del "replicone" per spiegare determinati aspetti della divisione cellulare nei batteri. Da allora, si dedica allanalisi genetica dei meccanismi di divisione cellulare. Nel 1970 comincia a studiare colture di cellule di mammiferi, e in particolare determinati aspetti delle loro proprietà genetiche. Negli ultimi anni si occupa soprattutto del teratocarcinoma del topo come strumento per lo studio dellembrione. Oltre al Premio Nobel, Jacob ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti scientifici, lauree honoris causa da diverse università, ed è membro dellAcadémie Française, dellAcadémie des Sciences di Francia, e di numerose accademie internazionali. La statua interiore Nel 1970 Jacob pubblica il libro La logique du vivant, une histoire de l'hérédité (Gallimard, trad. it. La logica del vivente, Einaudi, 1974), nel quale ripercorre le tappe dello studio degli esseri viventi, dal sedicesimo secolo alla biologia molecolare. Ha scritto diversi altri saggi destinati a un pubblico non specializzato, tra cui Le jeu des possibles (Fayard, 1981, trad. it. Il gioco dei possibili, Mondadori, 1983) e Le souris, la mouche et lhomme (Odile Jacob, 1997, trad. it. Il topo, la mosca e luomo, Bollati Boringhieri, 1998). La statue intérieure (Odile Jacob, 1987) è la sua autobiografia, dove assieme alla sua avventura scientifica svela i suoi lati umani più profondi e più intimi, dalle sue paure infantili alle sue convinzioni etiche. "Piuttosto che come una continuità, vedo la mia vita come una sfilata di personaggi diversi, direi quasi di stranieri. A una estremità, intravedo il bambino, il figlio unico, viziato da una madre molto dolce [ ]. Poi ladolescente, gonfio di vanità, imbottito dambizione, un po smarrito di fronte alle ragazze. Poi lo studente di medicina che si prepara ad diventare chirurgo. Il guerriero delle Forze francesi libere [ ]. Il debuttante allInstitut Pasteur che scopre con stupore la ricerca e la biologia. [ ] Quello che mi interessa prima di tutto in questi personaggi sono le loro trasformazioni e le loro relazioni. [ ] Fin dalla più tenera età, limmaginazione si impadronisce delle persone e delle cose che incontrano per triturarle, trasformarle, prelevarne un tratto o un segno con i quali si erige la nostra rappresentazione ideale del mondo, uno schema che diviene il nostro sistema di riferimento, il nostro codice per decifrare la realtà man mano che ci si presenta. Così porto in me, scolpita fin dallinfanzia, una sorta di statua interiore che dà continuità alla mia vita, che è la parte più intima, il nocciolo più duro del mio carattere. Questa statua lho modellata per tutta la vita. Gli ho apportano dei ritocchi senza fine. Lho affinata. Lho lucidata". E questa statua interiore non tollera la violenza e lingiustizia, ed è nemica di ogni fanatismo: "Per molto tempo ho ammirato gli eroi che avanzano sempre, senza fallire, lungo la stessa strada; di cui si può riassumere lesistenza in una formula. Quelli che non hanno mai smesso di combattere per. Per la grandezza del loro paese, per la gloria del loro Dio, per la libertà, per lindipendenza, per il progresso della scienza, per la conquista del potere, per accumulare del denaro. O quelli che non hanno mai cessato di combattere contro: contro il paese vicino, contro il Dio degli altri, contro la miseria, contro lignoranza, contro i privilegi, contro lineguaglianza, contro un tiranno, contro il male. Con letà, però, ho imparato a diffidare di questi eroi, della loro perfezione, del loro assoluto. Innanzitutto perché, una volta che Omero e Plutarco sono stati rivisti da Freud, nessuno può più ignorare, dopo la pubertà, che dietro ad ogni eroe si nasconde generalmente un mostro. Ma anche perché la storia mostra bene che non cè niente di più pericoloso, niente di mortifero delle ideologie, dei fanatismi, della certezza di aver ragione. [ ] Tutti i crimini della storia sono conseguenza di qualche fanatismo. Tutti i massacri sono stati perpetrati per virtù, in nome del nazionalismo legittimo, della religione vera, dellideologia giusta; in sintesi, in nome della lotta contro Satana. Amo le certezze, a condizione di poterle cambiare". |
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