Allais, Maurice    Economia, 1988

Altman, Sidney    Chimica, 1989

Arber, Werner    Medicina, 1978

Arrow, Kenneth J.    Economia, 1972

Baltimore, David    Medicina, 1975

Becker, Gary S.    Economia, 1992

Black, James W.    Medicina, 1988

Brown, Lester R.

Buchanan, James M.    Economia, 1986

Charpak, Georges    Fisica, 1992

Dahrendorf, Ralf

Dausset, Jean    Medicina, 1980

Debreu, Gérard    Economia, 1983

de Duve, Christian    Medicina, 1974

Dulbecco, Renato    Medicina, 1975

Ernst, Richard R.    Chimica, 1991

Esaki, Leo    Fisica, 1973

Fo, Dario    Letteratura, 1997

Gell-Mann, Murray    Fisica, 1969

Glashow, Sheldon Lee    Fisica, 1979

Guillemin, Roger C.L.    Medicina, 1977

Hoffmann, Roald    Chimica, 1981

Jacob, François    Medicina, 1965

Kindermans, Jean-Marie    Pace, 1999

Klein, Lawrence R.    Economia, 1980

Kroto, Harold W.    Chimica, 1996

Lederman, Leon M.    Fisica, 1988

Lehn, Jean-Marie    Chimica, 1987

Leontief, Wassily    Economia, 1973

Levi Montalcini, Rita    Medicina, 1986

Lown, Bernard    Pace, 1985

Marchetti, Cesare

Modigliani, Franco    Economia, 1985

Molina, Mario J.    Chimica, 1995

Müller, K. Alex    Fisica, 1987

Mullis, Kary B.    Chimica, 1993

Mundell, Robert A.    Economia, 1999

Murray, Joseph E.    Medicina, 1990

Nakicenovic, Nebojsa

Nishi, Kazuhiko

North, Douglass C.    Economia, 1993

Olah, George A.    Chimica, 1994

Pauli, Gunter

Paz, Octavio    Letteratura, 1990

Penzias, Arno    Fisica, 1978

Pérez Esquivel, Adolfo    Pace, 1980

Polanyi, John C.    Chimica, 1986

Porter, George    Chimica, 1967

Prigogine, Ilya    Chimica, 1977

Richardson, Robert C.    Fisica, 1996

Richter, Burton    Fisica, 1976

Rifkin, Jeremy

Rodbell, Martin    Medicina, 1994

Rohrer, Heinrich    Fisica, 1986

Rota, Gian-Carlo

Rotblat, Joseph    Pace, 1995

Rowland, F. Sherwood    Chimica, 1995

Rubbia, Carlo    Fisica, 1984

Sharpe, William F.    Economia, 1990

Skilbeck, Malcolm

Soyinka, Wole    Letteratura, 1986

Steinberger, Jack    Fisica, 1988

Ting, Samuel C.C.    Fisica, 1976

Tobin, James    Economia, 1981

Touraine, Alain

Walcott, Derek    Letteratura, 1992

Watson, James D.    Medicina, 1962

Weinberg, Steven    Fisica, 1979

Wiesel, Elie    Pace, 1986

Zewail, Ahmed H.    Chimica, 1999

Zinkernagel, Rolf M.    Medicina, 1996
Nobel per la Medicina 1977

"Sono nato a Digione, in Francia, l’11 gennaio 1924. Mio fratello è nato il 4 maggio 1927, e questo è il mio ricordo più antico. Mi ricordo perfettamente le belle piante di lillà in piena fioritura nel giardino che circondava la casa dove siamo nati entrambi, e dove stavo tornando quella mattina sul mio piccolo triciclo rosso dalla casa dei nonni paterni, quando mi dissero che avevo un fratello. I nostri genitori erano persone semplici e non particolarmente istruite. Mia madre, che veniva da una famiglia di contadini, aveva un diploma di scuola media, e suo padre era un mercante di vini. Mio padre, che aveva un diploma professionale per la lavorazione dei metalli, aveva letto i classici francesi per proprio conto e possedeva una piccola biblioteca grazie alla quale ebbi il mio primo contatto con i libri. Lavorava nell’azienda di mio nonno come tornitore e, anche quando cambiò lavoro, rimase sempre nel campo della fabbricazione di utensili di precisione, un’attività che più tardi ereditò mio fratello". I primi interessi di Guillemin prefigurano già il suo futuro di "uomo dalle due culture", di scienziato umanista: è affascinato dalle opere dei maestri fiamminghi esposte nel Musée des Beaux-Arts di Digione, testimonianze di un passato in cui i Duchi di Borgogna erano ben più potenti del re di Francia, possedevano tutte le Fiandre e conducevano una ricca vita di corte. Ma nello stesso tempo coltiva "una passione per le cose che avevano a che fare con la scienza: la botanica (conoscevo centinaia di piante selvatiche che collezionavo in un grande erbario, alcuni funghi che collezionavo e, naturalmente, mangiavo); la biologia (la solita dissezione di rane et alia); radio a galena, trasmettitori (anche un tubo a vuoto), stazioni da radioamatore, fusibili bruciati (non solo a casa, ma anche nella vicina centrale elettrica, la cui riparazione mi costò tutto il mio salvadanaio), ecc.". Guillemin compie tutti i suoi studi presso le scuole pubbliche di Digione, fino ai due baccalauréats: "In lettere – il solido curriculum classico, comprendente letteratura francese, latino (5 anni), greco (4 anni), tedesco (5 anni come lingua straniera, che alla fine parlavo correntemente) – e in matematica (algebra, geometria analitica, calcolo elementare). È il 1942 e Guillemin, diciottenne, è combattuto "fra una carriera da ingegnere, in quanto amavo le cose pratiche, e gli studi di medicina". Alla fine opta per questi ultimi e nel 1943 si iscrive alla facoltà di medicina a Digione. Guillemin ricorda quegli anni della giovinezza come "incredibilmente tristi e squallidi". Nel maggio del 1940 la Francia era stata sconfitta dalle truppe di Hitler, e Digione si trovava nella zona occupata dall’esercito tedesco. La padronanza della lingua tedesca lo aiuta più volte a tirarsi fuori dai guai nati dai suoi rapporti con la Resistenza. Quando riceve l’ordine di deportazione in una fabbrica di munizioni in Baviera come parte della forza lavoro civile si dà definitivamente alla clandestinità: "In qualche modo riuscii a raggiungere le montagne vicino alla città di Besançon dove, assieme ad alcuni amici del luogo, gestii un punto di attraversamento verso la vicina Svizzera per tutti coloro che fuggivano dall’esercito tedesco, dalla Gestapo e dalla milizia francese di Vichy". La copertura era un campo della Croce Rossa per circa 100 bambini sfollati dai dintorni di Parigi, spesso bombardati dagli Alleati. "Il giorno in cui arrivarono i carri armati americani, ci fu una scaramuccia con la retroguardia tedesca. Io venni ferito alla testa da un frammento di granata, mentre uno dei bambini del campo venne ucciso. Fui di nuovo in piedi dopo poche settimane, ma per anni la cicatrice – che ho ancora – ogni tanto si ricopriva di bolle dalle quali uscivano pezzettini di acciaio". Subito dopo la Liberazione torna ai suoi studi universitari e nel 1949 si laurea a Lione (una facoltà più grande, amministrativamente collegata a quella di Digione). "Tutti i miei studi e la mia esperienza medica erano totalmente orientati alla pratica clinica, con tre anni di quello che si potrebbe definire ‘internato a rotazione’. A Digione non c’erano laboratori, tranne quello di anatomia generale, dove ho lavorato per due anni".

La scoperta dell’endocrinologia
Fin dai tempi dell’università Guillemin si interessa all’endocrinologia, probabilmente perché due dei suoi professori migliori – P. Etienne-Martin e Jacques Charpy – seguono con attenzione le prime teorie in quel campo e le applicazioni terapeutiche che sembravano promettere. "Ho sempre sperato di lavorare prima o poi in un laboratorio. In Francia gli studi di medicina duravano cinque anni, al termine dei quali si poteva praticare la professione, cosa che ho fatto per un certo periodo. Per ottenere la qualifica di dottore in medicina si doveva scrivere e discutere una tesi, che normalmente era un semplice pro forma. Io scelsi però di lavorare a una tesi che mi desse soddisfazione, e che possibilmente implicasse un po’ di ricerca in laboratorio".
L’occasione che gli avrebbe permesso di esaudire il suo desiderio e allo stesso tempo avrebbe deciso del suo percorso professionale è l’incontro con Hans Selye, il pioniere degli studi sullo stress: "Un giorno, nel piccolo villaggio di St. Seine dove esercitavo la professione medica, venni a sapere che Selye avrebbe tenuto delle lezioni a Parigi sulla sua ‘reazione d’allarme’ e sull’endocrinologia della sindrome da adattamento. Decisi di andarlo ad ascoltare. [...]
Il magnetismo di quell’uomo era straordinario, e alla fine di una delle sue lezioni andai a parlargli. Pochi mesi dopo ero nell’Istituto di Medicina e Chirurgia Sperimentale che aveva appena fondato all’Università di Montréal, con una (modesta) borsa di studio di 120 dollari al mese assegnatami sui suoi fondi. Nel giro di un anno avevo finito la mia tesi".
L’impatto iniziale con quell’ambiente di ricerca vivace e cosmopolita rischia di scoraggiare il giovane Guillemin: "Due mesi passati in mezzo a giovani provenienti dal Canada, dall’Inghilterra, dall’Olanda, dagli Stati Uniti, dal Brasile, mi convinsero che avevo clamorosamente sopravvalutato le mie capacità. Non sarei mai riuscito a diventare bravo come loro nel manipolare conoscenze, tecniche e concetti dei quali non avevo mai sentito parlare negli ‘anni bui’ dei miei studi. Ero intenzionato a considerare quell’anno come un’avventura irripetibile e a tornare alla mia attività di medico locale nella piccola città medioevale della Borgogna dove mi ero guadagnato una sia pur modesta reputazione di professionista giovane e sveglio". E invece, dopo essere rientrato in Francia per la discussione della tesi, decide di non rimanere nel suo paese d’origine, disturbato dall’"accademismo e formalismo" della carriera di ricercatore che pure avrebbe potuto intraprendere, e di tornare nell’Istituto di Selye.
Da quel momento, non avrebbe praticamente più lasciato il continente americano, pur mantenendo un forte legame culturale e umano con la Francia e, più in generale, con l’Europa.

La scelta degli Stati Uniti
Ancora oggi, mezzo secolo dopo, Guillemin non rimpiange questa decisione. Anzi, attribuisce una parte del merito delle sue scoperte all’ambiente favorevole in cui si è sempre trovato a lavorare negli Stati Uniti (di cui acquisisce la cittadinanza nel 1963). "Il nuovo modo di concepire l’applicazione della scienza fondamentale rappresentato dal Progetto Manhattan, lo sviluppo del radar, la produzione industriale della penicillina, l’immensa esperienza sviluppata dagli ospedali da campo dell’esercito e della marina nei settori della chirurgia toracica e vascolare, hanno contraddistinto una generazione in cui la superiorità americana era indiscutibile.
Tutto il dopoguerra è stato indubbiamente un’epoca in cui gli Stati Uniti hanno mostrato un modo nuovo di lavorare, di promuovere la scienza e le sue applicazioni, in particolare per quanto riguarda la biologia e la medicina: basti pensare al rapporto Flexner sul ruolo dello Stato e dei finanziamenti federali per lo sviluppo delle scienze biologiche; alla creazione dei NIH [National Institutes of Health] e ai finanziamenti da loro destinati ai progetti ‘fuori le mura’ (ossia ovunque avessero ragione di essere, negli Stati Uniti o all’estero, e si trattasse o meno di progetti universitari); alla generosità della Fondazione Rockefeller; alla creazione della medicina universitaria a tempo pieno, con l’obbligo di partecipare alla ricerca fondamentale o clinica. [...] Un’intera generazione di ricercatori è arrivata negli Stati Uniti da tutto il mondo per imparare e lavorare in modo nuovo. [...] Tutti noi abbiamo beneficiato dell’atmosfera e delle strutture disponibili in questo paese, e con successo, visto che molti di noi hanno lasciato un segno nelle scienze e nella medicina moderna insieme – e grazie – alle decine di allievi che abbiamo formato, e che oggi sono nostri colleghi in tutto il mondo"
.
Nei quattro anni passati nell’Istituto di Selye, dove nel 1953 ottiene il Ph.D. in fisiologia, Guillemin approfondisce il suo interesse per l’endocrinologia sperimentale, in un programma condotto dall’Università di Montréal congiuntamente alla McGill University. In particolare, si interessa al problema del controllo fisiologico delle secrezioni della ghiandola pituitaria come risposta allo stress, soprattutto grazie ai contatti con Claude Fortier – un suo collega d’Istituto – e Geoffrey W. Harris, che lavorava su quel tema al Maudsley Hospital di Londra.
"Selye era un conferenziere brillante e incredibilmente lucido, ma non certo un professore nel senso classico del termine, poiché non avrebbe mai impegnato il suo tempo per insegnare qualcosa a qualcuno dei giovani che frequentavano il suo laboratorio. Il laboratorio e i suoi strumenti erano lì a disposizione di tutti, ma ciascuno doveva arrangiarsi per farne l’uso migliore. I contatti personali, le discussioni, la collaborazione fra di noi erano quindi di estrema importanza".

Una teoria rivoluzionaria
All’epoca si sapeva che il sistema nervoso centrale poteva in qualche modo modulare le funzioni endocrine, e che probabilmente l’ipotalamo fungeva da intermediario in questo processo, "passando" le informazioni all’adenoipofisi (o ghiandola pituitaria) che attraverso i suoi ormoni specifici le trasferiva alle altre strutture endocrine periferiche.
Vi erano due teorie contrapposte: una proponeva che le cellule ipofisariche venissero direttamente innervate dalle cellule nervose situate nell’ipotalamo. L’altra, formulata da Geoffrey Harris e decisamente più rivoluzionaria, suggeriva invece che il trasferimento di informazioni dall’ipotalamo all’ipofisi anteriore avvenisse attraverso un meccanismo del tutto eccezionale: cioè per il passaggio di sostanze chimiche, di principi attivi, nella fitta rete di vasi capillari detta "sistema portale ipofisario". Questa rete era stata descritta per la prima volta da Popa e Fielding già nel 1930, e sembrava essere l’unico percorso possibile visto che le due zone non erano collegate da nessuna fibra nervosa, a differenza di quanto accadeva tra l’ipotalamo e il lobo posteriore dell’ipofisi.
Harris aveva già raccolto tutta una serie di prove anatomiche e funzionali a sostegno della sua teoria. Ma restava da definire la natura di questi principi attivi. Ed è in questa cornice teorica che Guillemin comincia le sue ricerche, ovviamente orientate e stimolate anche dagli studi di Selye sullo stress.
"Selye, nei suoi giri quotidiani in laboratorio, o al seminario settimanale, insisteva che era essenziale identificare la natura chimica di questo ‘primo mediatore’ che attivava la secrezione di ACTH [Adrenocorticotropic Hormone, ormone adrenocorticotropo] da parte dell’ipofisi in risposta a qualsiasi esposizione a uno stress, producendo la cosiddetta ‘reazione d’allarme’". Le prime ricerche di Guillemin e dei suoi colleghi servono solo ad escludere che questo "primo mediatore" potesse essere uno dei neurotrasmettitori già noti (acetilcolina, adrenalina, serotonina, istamina)."Bisognava postulare l’esistenza di qualche altra sostanza di origine ipotalamica".

Il Baylor College
Nel 1953 Guillemin lascia il laboratorio di Selye per il Baylor University College of Medicine di Houston, dove insegna fisiologia per i successivi diciotto anni, fino al 1970. Per questo rinuncia a un prestigioso incarico offertogli dal dipartimento di fisiologia dell’Università di Yale: "Al Baylor c’erano spazio, denaro, un futuro incredibilmente aperto e anche azalee e querce. Ho sentito che tutto questo per me significava di più della Ivy League, e non ho mai rimpianto questa decisione".
Nel frattempo aveva sposato Lucienne Jeanne Billard, l’infermiera che lo aveva curato un paio di anni prima quando gli era stata diagnosticata una meningite tubercolotica. La loro prima figlia, Charlotte, nasce nel 1952.
Parallelamente all’insegnamento, Guillemin è sempre più coinvolto nelle ricerche a cui deve la sua fama mondiale, proseguite per anni nel tentativo di isolare e caratterizzare gli ormoni cerebrali attraverso i quali l’ipotalamo modula le funzioni del sistema endocrino. Nel 1957 Andrew V. Schally, un biochimico che aveva appena conseguito il Ph.D. e lavorava alla McGill University nel laboratorio di Murray Saffran, comincia a collaborare con Guillemin al Baylor. Per diversi anni i due lavorano insieme nel tentativo di isolare il CRF (Corticotropine Release Factor, fattore di liberazione della corticotropina), che entrambi ritenevano poter essere il famoso "primo mediatore" di Selye, responsabile della secrezione di ACTH, sui cui era puntato l’interesse di tutti in quanto ormone più direttamente coinvolto nello stress.
"Selye, attraverso il suo concetto di ‘primo mediatore’ della risposta endocrina allo stress, ha avuto un ruolo determinante nell’orientare gli sforzi di molti ricercatori verso la scoperta del principio ipotalamico responsabile della liberazione dell’ACTH. [...] Con il senno di poi, e suo malgrado, questa fu la cosa peggiore che potesse accadere all’allora nascente neuroendocrinologia. La ricerca del CRF si sarebbe dimostrata così complessa e frustrante da non concludersi fino al 1981. E dopo i primi tre o quattro anni di lavoro l’assenza di risultati fece sorgere in molti biologi – coscienti dei successi nell’isolare altre sostanze biologicamente attive, ottenuti nel frattempo da altri gruppi – seri dubbi circa la validità degli assunti teorici sui quali si basavano le prime ricerche neuroendocrinologiche. E anche circa la validità degli sforzi di coloro che vi erano coinvolti. [...] Si può ragionevolmente ritenere che se avessimo cominciato a lavorare sul controllo ipotalamico della secrezione di tireotropina, o anche di gonadotropina, questo non sarebbe accaduto".

La pausa francese
Nel giugno 1960 Guillemin accetta l’incarico di vice direttore del Laboratorio di Endocrinologia Sperimentale del Collège de France, e si sposta a Parigi con tutta la famiglia – composta a quel punto di sei bambini, di età compresa fra 8 anni e 1 mese. "Vivevamo nel Château de Prunay, un bellissimo posto con 40 acri di parco di proprietà dell’Institut de France. Cedendo alle insistenze dei miei colleghi, mantenni comunque operativo il mio laboratorio al Baylor College, affidandolo ad Harry Lipscomb e Andrew Schally. Facevo letteralmente la spola fra Parigi e Houston".
Tre anni dopo, deluso dal mancato realizzarsi delle promesse che lo avevano indotto a tornare nel suo paese d’origine, Guillemin rientra a Houston: "La situazione a Parigi era assolutamente inconciliabile con gli obiettivi del mio lavoro e con la mia etica di scienziato. Certo, per mia moglie e i miei figli adattarsi a tornare in Texas fu abbastanza difficile".
Ma quei tre anni non sono certo sprecati: "Edouard Sakiz e io ottenemmo la prima solida prova della presenza dell’LRF [Luteinizing Releasing Factor] nell’estratto ipotalamico, e pubblicammo i risultati della sua prima purificazione, [...] fatta con la stessa metodologia che dieci anni dopo avremmo usato per il definitivo isolamento di questa sostanza nel mio laboratorio e in quello di Schally". Il risultato più importante è però la prima evidenza incontrovertibile della presenza del TRF (Thyrotropin Releasing Factor, fattore di liberazione della tireotropina) nell’estratto ipotalamico, la sua prima purificazione e la comprensione di come agisse in competizione con gli ormoni tiroidei a livello della ghiandola pituitaria.
È sempre a Parigi che Guillemin comincia la raccolta su larga scala di frammenti di ipotalamo per le sue ricerche: "Quando tornai a Houston nel novembre 1963, portavo con me mezzo milione di frammenti di ipotalamo di pecora, dissezionati, ripuliti e liofilizzati, pronti per il lavoro. Fin dal 1962 ero arrivato alla conclusione che sarebbero state necessarie enormi quantità di tessuto ipotalamico per giungere a isolare e caratterizzare gli ormoni ipofisiotropi che stavamo cercando. Sulla cui esistenza non nutrivo alcun dubbio". E la raccolta continua negli anni successivi: "Visitai tutti i principali mattatoi del paese, passando ogni volta uno o due giorni sul posto per spiegare chiaramente ai lavoratori locali cosa volevo. Tra il 1964 e il 1967 raccolsi oltre cinque milioni di frammenti di ipotalamo di pecora: più di 50 tonnellate di tessuto fresco congelato da trattare nel nostro laboratorio".
Nel frattempo Andrew Schally aveva lasciato il laboratorio di Guillemin per continuare i suoi tentativi di isolare i peptidi ipotalamici che controllano le funzioni della ghiandola pituitaria in maniera autonoma, con un gruppo di ricerca costituito presso il Veterans Administration Hospital di New Orleans. È l’inizio di una "competizione" scientifica fra i due che continua per anni e culmina con la condivisione del Premio Nobel per la Medicina nel 1977.

Il primo successo
Finalmente, nel 1969, Guillemin e i suoi collaboratori riescono a isolare nel laboratorio di Baylor la molecola che controlla il funzionamento della tiroide, il TRF: un solo milligrammo di principio attivo da 50 tonnellate di tessuto ipotalamico, ma il grande passo era compiuto. "Ho detto e scritto in diverse occasioni che considero l’isolamento e la caratterizzazione del TRF come l’evento fondamentale per la nascita della neuroendocrinologia moderna, la pietra miliare che ha separato la confusione e un alto grado di incertezza dalla vera conoscenza. L’identificazione del LRF, della somatostatina, delle endorfine, e di altre molecole complesse sono tutte estensioni di questo evento principale. Sono felice che Geoffrey Harris fosse ancora vivo quando questo accadde (ho ancora una sua lettera in cui esprimeva in termini estremamente amichevoli la sua soddisfazione per la scoperta).
Era il riscatto di 14 anni di duro lavoro condotti entro il paradigma del controllo neuroumorale esercitato dall’ipotalamo sulle secrezioni dell’adenoipofisi. Ed era anche la prova che non mi ero sbagliato quando sostenevo che il passo più importante per la neuroendocrinologia sarebbe stata l’identificazione del primo di questi allora ipotetici ‘releasing factors’, qualunque esso fosse"
.
Da quel momento "si chiude l’era della neuroendocrinologia pionieristica e comincia quella del susseguirsi dei risultati di una nuova scienza in espansione". E anche a livello personale Guillemin comincia a raccogliere i frutti del suo lavoro: "Subito dopo la scoperta del TRF cominciarono a piovermi addosso le offerte di dirigere un dipartimento di fisiologia. La più interessante sembrava quella riguardante un nuovo campus che l’Università della California stava per aprire a Irvine".

Il Salk Institute
Ma proprio durante la visita a Irvine per discutere del nuovo incarico Guillemin viene contattato da Jonas Salk, lo scopritore del vaccino antipolio, che lo voleva a lavorare al Salk Institute for Biological Studies, il prestigioso istituto di ricerca che aveva fondato nel 1960 a La Jolla, nei pressi di San Diego. L’intesa con Jonas Salk è immediata, così come l’adesione agli obiettivi di ricerca dell’Istituto e il riconoscimento della qualità degli studiosi che vi lavoravano: "Era un gruppo di persone davvero impressionante, [...] ma ancora più impressionante era la struttura del Salk Institute. Rimasi affascinato dalla straordinaria bellezza di quell’edificio, e decisi immediatamente che non potevo rinunciare all’occasione di vivere e lavorare in un luogo così speciale. Ancora oggi, quasi trent’anni dopo, continuo a provare la stessa emozione ogni volta che lo vedo".
Nel giugno del 1970 l’intero gruppo di ricerca di Guillemin si trasferisce dal Baylor College ai nuovi Laboratori di Neuroendocrinologia creati per loro al Salk. "Un open space di circa mille metri quadrati che avevo progettato in collaborazione con gli architetti incaricati di equipaggiare un laboratorio multifunzionale, per metà dedicato alla fisiologia e per metà alla chimica, con al centro un’isola formata da una sala conferenze e dieci piccoli uffici per il personale e tre segretarie. Tutti le pareti erano di vetro, così che da ogni parte del laboratorio si potessero vedere tutte le altre: in quel luogo nessuno poteva, o doveva, pensare di lavorare da solo. Negli uffici c’erano delle tende lunghe dal soffitto al pavimento, che si potevano chiudere se necessario. Ma non è quasi mai successo. Ho lavorato per vent’anni in quel laboratorio, e non ho mai dovuto modificare il progetto originario, se non per minimi dettagli".
Il "trasloco" da Houston a San Diego è talmente ben organizzato che nel giro di un mese dall’arrivo al Salk il laboratorio – che a pieno regime ospita 50 persone – comincia a produrre i primi dati. A questo punto le scoperte si susseguono e, al di là della luce che gettano sui meccanismi di funzionamento del nostro organismo, si cominciano a vedere le grandi possibilità di applicazione delle nuove conoscenze alla diagnosi e alla cura di molte malattie.

Lo sviluppo di una nuova scienza
Un comunicato stampa della Fondazione Nobel, diffuso all’indomani dell’assegnazione del Premio a Guillemin nel dicembre 1977, sintetizza così l’importanza dei suoi risultati: "Le scoperte di Guillemin e dei suoi collaboratori conducono a formidabili sviluppi nel loro campo di indagine, ma hanno aperto anche nuove prospettive alla ricerca medica e biologica e alla pratica clinica ben oltre i confini della loro specifica sfera di interesse".
La creazione di analoghi sintetici dell’ormone LRF, responsabile della regolazione di ogni fenomeno riproduttivo, permette un nuovo approccio al controllo della fertilità e alla cura di numerose malattie "dalla pubertà precoce ai fibromi dell’utero, dall’endometriosi ai tumori della prostata. Il mercato di queste molecole è oggi di diversi miliardi di dollari all’anno in tutto il mondo". L’identificazione di un altro peptide ipotalamico, che inibisce la secrezione di insulina e glucagone da parte del pancreas, apre nuove possibilità per la cura del diabete. Guillemin lo battezza somatostatina.
"L’identificazione di altri peptidi cerebrali detti endorfine è stata un gioco da ragazzi in confronto all’ansia che ci aveva accompagnati nei precedenti anni di ricerche", dice Guillemin commentando la scoperta delle molecole di origine cerebrale con un’azione simile  quella della morfina e, in generale, degli oppiacei di origine vegetale. Le endorfine sono un potente analgesico, usato per esempio nella terapia del dolore per i malati terminali, e secondo Guillemin ulteriori studi potrebbero dimostrare la loro rilevanza nel trattamento di alcune forme di malattia mentale
Nel 1982 viene finalmente identificata la somatocrinina o GRF (Growth-hormone Releasing Factor), che stimola la secrezione dell’ormone della crescita nella ghiandola pituitaria. Questa sostanza, che regola quindi tutti i processi di crescita del corpo umano, è già utilizzata nei test diagnostici di diverse malattie pituitarie e per la cura del nanismo. Assieme all’isolamento e alla sintesi di varie specie di CRF da parte di un allievo di Guillemin (Wylie Vale), avvenuta nel 1981, questa scoperta conclude la ricerca, cominciata nel 1952, delle sostanze di origine ipotalamica che controllano la secrezione di tutti gli ormoni noti della ghiandola pituitaria.
Nel 1982 Guillemin e i suoi collaboratori identificano anche un’altra categoria di nuove molecole, chiamate FGF (Fibroblast Growth Factors, fattori di crescita dei fibroblasti), coinvolte nel controllo della riproduzione cellulare, nella formazione di nuovi vasi capillari e in altre funzioni regolatorie nel cervello e in altri organi. La scoperta è di grande importanza nel campo delle malattie dell’occhio e della cecità di origine diabetica, e apre nuove prospettive alle ricerche sulla rigenerazione delle fibre nervose.
Grazie alle nuove tecniche di biologia molecolare, nel 1985 viene isolata l’inibina, una molecola complessa presente nelle ovaie e nei testicoli, che molti laboratori avevano cercato invano di identificare per oltre cinquant’anni. Segue a ruota la scoperta di altre due molecole anch’esse presenti nelle gonadi, le attivine, con funzioni opposte a quelle dell’inibina. Le relazioni fra attivine e inibina da una parte e il fattore di crescita TGF-b dall’altra stanno facendo fare grandi passi avanti alla comprensione dei meccanismi fisiologici responsabili della maturazione dei follicoli ovarici.
"
Le scoperte degli ultimi decenni e la crescita esponenziale delle conoscenze a cui oggi assistiamo ci permettono di comprendere come i sistemi nervoso, endocrino e immunitario siano strettamente collegati fra loro, e aprono la strada a una nuova fisiologia ‘integrata’. A parte la meraviglia rispetto alla quantità e all’eleganza di questi progressi straordinari, abbiamo la soddisfazione di vedere che molto di quello che abbiamo scoperto si traduce in soluzioni pratiche per curare le malattie e alleviare il dolore", dice Guillemin ripercorrendo la sua carriera di scienziato. Che ancora oggi lo vede impegnato come Distinguished Professor al Salk Institute e come consulente di numerose aziende farmaceutiche in tutto il mondo. Anche se nel 1989 si è ufficialmente ritirato dalla direzione del suo laboratorio: "Avevo deciso molto tempo fa che una volta arrivato all’età di 65 anni avrei lasciato il posto ai più giovani. È quello che dovrebbe fare ogni professore: fornire una preparazione ai giovani e poi lasciarli lavorare".

L’arte digitale
Oggi, all’età di 75 anni, la cosa che più lo interessa è la sua "peinture à l’ordinateur", "pittura con il computer". Subito dopo essersi ritirato dalla ricerca a tempo pieno, infatti, Guillemin intraprende una nuova carriera di artista "digitale".
Lo spunto è il computer Apple Macintosh che riceve dal suo staff come regalo "d’addio": ben presto scopre l’esistenza di programmi che gli consentono di disegnare e dipingere, e comincia la sua sperimentazione delle potenzialità dell’arte elettronica, sia per la creazione di immagini che per le diverse tecniche di stampa. "Mi meravigliai nello scoprire che la stessa tecnologia impiegata per fare calcoli potesse essere usata come pennelli e cavalletto per produrre un’opera d’arte".
Guillemin ha infatti un passato di pioniere dell’uso dei computer nella ricerca medica: durante il periodo al Collège de France di Parigi realizza insieme a un collega un programma informatico in grado di fare sofisticate analisi statistiche per i loro esperimenti scientifici, che comportavano calcoli troppo complicati e passibili di errori se eseguiti a mano. Quando arriva al Salk Institute dal Baylor College porta con sé il primo computer mai arrivato all’Istituto: osservando l’uso che Guillemin e i suoi collaboratori ne facevano per le loro ricerche nei Laboratori di Neuroendocrinologia, gli altri scienziati del Salk notano e apprezzano le opportunità offerte da questo strumento, e ben presto se ne diffonde l’uso in tutto l’Istituto.
Le sue opere, straordinari paesaggi "informatici" stampati su carta o su tela, talvolta anche di grandi dimensioni, sono state esposte in diverse gallerie negli Stati Uniti e in Europa, e fanno parte delle collezioni permanenti della Menil Foundation e del Museum of Fine Arts di Houston.
Oltre che un artista, Guillemin si considera anche un pioniere e un sostenitore del computer come importante strumento creativo: "Non ho dubbi che nei prossimi anni questa diventerà una tecnica assolutamente comune", afferma."Mi farebbe piacere che la gente si rendesse più conto delle opportunità offerte dalla tecnologia che ha a portata di mano".
Guillemin dipinge nella sua casa di La Jolla, su una collina che si affaccia sull’Oceano Pacifico: "Una casa in stile mediterraneo che abbiamo riempito, forse anche sovraffollato, di numerosi dipinti contemporanei francesi e americani, di sculture e vasellame precolombiani e della Nuova Guinea. Completano il piacevole ambiente di questa casa felice anche molti strumenti musicali".
Per lavorare tranquillo ha ricavato uno studio da quella che era la stanza di sua figlia. E si dedica alla pittura quasi tutti i giorni, non appena lo coglie l’ispirazione – compatibilmente con i numerosi impegni "da scienziato" che continua a mantenere.
Durante l’estate, quando si trasferisce insieme alla moglie nella sua casa di vacanze presso Santa Fe, ha più tempo per dedicarsi alla sua arte, e continua a dipingere su un "laptop" collegato a una sorta di bloc notes elettronico.
Una delle sue opere, "Matter Mythology", ricca di sfumature rosse e nere, è stata ispirata da una conversazione con il fisico Murray Gell-Mann, Premio Nobel per la Fisica nel 1969, noto per i suoi studi sui più piccoli componenti della materia. Un’altra, "Yucatan", sui toni del verde cupo e dell’arancione, nasce da un viaggio appunto in questa regione del Messico. Ma i suoi lavori non sono direttamente collegati a un modello o a uno scenario naturale. Due artisti contemporanei hanno avuto una particolare influenza sul suo stile – che egli definisce "espressionismo astratto": Emil Nolde, un espressionista tedesco, e Helen Frankenthaler, una pittrice americana.
L’unica formazione artistica che Guillemin abbia ricevuto è un corso che ha seguito da bambino a Digione, in Francia, ma per tutta la vita è stato un collezionista e un appassionato d’arte.
Per ottenere i colori, le forme e la risoluzione che desidera, utilizza un computer Macintosh e dei normali software commerciali. Anche se disegna con uno stilo di plastica sul "blocco", il software gli consente di ottenere gli effetti che desidera, scegliendo dai menù le dimensioni e la consistenza dei pennelli, e le sfumature di colore. L’immagine varia a seconda delle opzioni prescelte e della pressione esercitata sul "blocco", e il colore si fa più intenso quando ci ripassa sopra. "Questa tecnologia è così perfetta", spiega, "che ti permette di realizzare tutto quello che ti viene in mente".
A detta di Guillemin, il computer presenta diversi vantaggi rispetto all’arte "vecchio stile" fatta di pittura a olio, acquarello o acrilico: il software offre una varietà praticamente infinita di colori, ed è possibile copiare un file e poi modificarne senza difficoltà i colori o le forme, mentre un artista tradizionale deve ricominciare ogni volta una nuova tela, il che rappresenta una perdita di tempo. "Senza dimenticare", aggiunge, "che non c’è niente da pulire una volta finito il lavoro".
Se alcuni critici ed esperti non apprezzano particolarmente queste tecniche, Guillemin pensa che la tecnologia finirà con l’avere la meglio. "Come 160 anni fa l’avvento della fotografia ha introdotto un nuovo sistema per produrre e percepire immagini, il computer promette di modificare profondamente e dilatare la definizione stessa di arte. La tecnologia è già andata molto oltre i limitati, grossolani confini dei primissimi lavori, permettendo di realizzare una gamma di effetti quasi illimitata".
"L’arte è il prodotto, non il processo", sostiene Guillemin. "E non ho alcun dubbio che i lavori da me prodotti siano arte. Nessun dubbio".


1995
Arti e scienza:
creatività
e proprietà intellettuale
nell'era dell'elettronica


1998
Ormoni:
come il cervello gestisce la sua "farmacia"