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1988

Altman, Sidney Chimica,
1989

Arber, Werner Medicina,
1978

Arrow, Kenneth J. Economia,
1972

Baltimore, David Medicina,
1975

Becker, Gary S. Economia,
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1988

Brown, Lester R.

Buchanan, James
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Charpak, Georges Fisica,
1992

Dahrendorf, Ralf

Dausset, Jean Medicina,
1980

Debreu, Gérard Economia,
1983

de Duve, Christian Medicina,
1974

Dulbecco, Renato Medicina,
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Ernst, Richard R. Chimica,
1991

Esaki, Leo Fisica,
1973

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1997

Gell-Mann, Murray Fisica,
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Kindermans, Jean-Marie Pace,
1999
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Klein, Lawrence R. Economia,
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Kroto, Harold W. Chimica,
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1985

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Modigliani, Franco Economia,
1985

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1994

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1995

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Skilbeck, Malcolm

Soyinka, Wole Letteratura,
1986

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Touraine, Alain

Walcott, Derek Letteratura,
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Wiesel, Elie Pace,
1986

Zewail, Ahmed H. Chimica,
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Zinkernagel, Rolf M. Medicina,
1996 |
 |
Nobel per la Fisica 1969

Murray Gell-Mann nasce a New York il 15
settembre 1929, da due emigrati austriaci, Arthur Gell-Mann e Pauline Reichstein.
Il padre era proprietario di una scuola di lingue e un cultore di matematica,
fisica e astronomia. "[Mio padre] era venuto negli Stati Uniti dall’Austria-Ungheria
nei primi anni del secolo, interrompendo gli studi all’Università
di Vienna; voleva fra l’altro aiutare i suoi genitori, che, arrivati da
qualche anno a New York, avevano difficoltà a tirare avanti. Trovò
lavoro in un orfanotrofio di Filadelfia, dove imparò dai ragazzi
l’inglese e il baseball. Pur non essendo più un ragazzino quando
cominciò a studiare l’inglese, acquistò ben presto una perfetta
conoscenza della lingua. Quando lo conobbi, l’unica cosa da cui si potesse
sospettare un’origine straniera era che non faceva mai errori. Dopo avere
esplorato varie opportunità di carriera, negli anni venti mio padre
puntò sulla Arthur Gell-Mann School of Languages, nella quale si
ingegnava di insegnare ad altri immigrati a parlare un buon inglese. Dava
anche lezioni di tedesco, e assunse docenti per il francese, lo spagnolo,
l’italiano e il portoghese. La scuola ebbe un discreto successo, ma la
situazione mutò bruscamente nel 1929, l’anno della mia nascita.
In quell’anno non ci fu solo il crollo della borsa, ma entrò in
vigore una legge che limitava drasticamente l’immigrazione negli Stati
Uniti. Da allora si ridusse in proporzione anche il numero dei potenziali
allievi di mio padre, impoveriti oltretutto dalla Depressione, e così,
quando avevo tre anni, la scuola chiuse i battenti e il babbo, per sfamarci,
si dovette accontentare di un lavoro da travet in una banca. Io crebbi
con l’idea che il periodo prima della mia nascita doveva essere stato un
tempo di grande prosperità".1
Un ragazzo curioso
Gell-Mann mostra da subito un’intelligenza prodigiosa e, sotto la guida
del fratello maggiore Ben, una grande curiosità per il mondo della
natura. "Devo la maggior parte della mia prima educazione a mio fratello
Ben, che è di nove anni più vecchio di me. Fu lui a insegnarmi
a leggere quando avevo tre anni (con l’aiuto di una scatola di crackers
Sunshine) e a introdurmi all’osservazione di uccelli e mammiferi, alla
raccolta di esemplari botanici e alla collezione di insetti. Vivevamo a
New York, più precisamente a Manhattan, ma lo studio della natura
era possibile anche là. In fondo New York era per me come una foresta
di abeti che fosse stata disboscata un po’ troppo; ne rimaneva un angolino
nel Bronx, subito a nord dello zoo, e lì noi trascorrevamo la maggior
parte del nostro tempo".2
La sua precocità viene presto riconosciuta, e a otto anni è
trasferito dalla scuola pubblica del quartiere a una scuola speciale per
ragazzi superdotati, che trova "molto noiosa" nonostante i suoi
voti siano eccellenti. Si appassiona solo ai testi di matematica e storia,
che studia per conto suo, e si diverte a giocare a football. Ma soprattutto
continua ad esplorare il mondo della cultura insieme al fratello. "Ben
e io eravamo desiderosi di capire e conoscere il mondo nella sua totalità,
non frammentato in modo più o meno arbitrario. Non facevamo allora
distinzione tra le scienze naturali, le scienze sociali e comportamentali,
le discipline umanistiche e artistiche. [...] A volte visitavamo i musei,
ad esempio il Metropolitan Museum of Art con la sua splendida collezione
archeologica, e ci piacevano anche le testimonianze del Medioevo europeo
(provenienti per esempio dai monasteri). Leggevamo libri di storia, e imparammo
persino a leggere qualche iscrizione in geroglifici egizi. Studiammo, per
divertimento, la grammatica latina, quella francese e quella spagnola e
notammo che molte parole francesi e spagnole discendevano dal latino (e
neppure erano infrequenti i ‘prestiti’ dal latino all’inglese). Leggemmo
libri sulle lingue indoeuropee e apprendemmo che molte parole latine, greche
e anglosassoni hanno un’origine comune, con leggi di trasformazione abbastanza
regolari. [...]
Divoravo inoltre volumi di racconti, e assieme a Ben mi dedicai
pure alla lettura di poesie. A volte andavamo ai concerti, persino al Metropolitan
Opera House, ma eravamo squattrinati e quindi di solito dovevamo accontentarci
di approfittare di spettacoli e opportunità gratuiti. Tentammo di
strimpellare il pianoforte e cantavamo arie di opere, oltre alle canzoni
delle commedie musicali di Gilbert e Sullivan".3
La scoperta della fisica
Nonostante le esperienze condivise con il fratello, grande appassionato
di fisica e di matematica, è il padre a influenzare la sua scelta
universitaria. "Nel modulo per l’ammissione a Yale, durante l’ultímo
anno di liceo, dovetti indicare la materia principale. Quando dissi a mio
padre della mia intenzione di studiare archeologia o linguistica, egli
ebbe una reazione frustrante, dicendo che sarei morto di fame. Studiassi
piuttosto ingegneria. Risposi che avrei preferito morire di fame e dissi
inoltre che qualsiasi cosa avessi progettato sarebbe probabilmente crollata.
(In seguito, dopo un test attitudinale, l’indicazione fu: "Tutto tranne
l’ingegneria!") Mio padre suggerì allora, come soluzione di compromesso,
lo studio della fisica. Gli ricordai che il corso di fisica che avevo seguito
al liceo era stato il più noioso in assoluto, e che l’unica materia
in cui ero andato male era proprio la fisica. Avevo dovuto imparare a memoria
cose come i sette tipi di macchine semplici: la leva, la vite, il piano
inclinato e via dicendo. Altrettanto deludente era stato lo studio di meccanica,
calore, suono, luce, elettricità e magnetismo, presentati senza
il minimo accenno a una qualche connessione tra questi argomenti. Mio padre
tralasciò allora le considerazioni di carattere economico per lanciarsi
in una difesa della fisica sulla base delle sue attrattive intellettuali
ed estetiche. La fisica avanzata, disse, era ben altra cosa dal corso del
liceo e sicuramente anch’io avrei finito con l’appassionarmi a temi come
la relatività (ristretta e generale) e la meccanica quantistica.
Decisi di assecondare il vecchio, tanto avrei sempre potuto cambiare il
piano di studi se e quando fossi arrivato a New Haven. Una volta là,
però, la pigrizia mi impedì di compiere una virata repentina,
cosicché mi trovai ben presto preso all’amo. La fisica teorica cominciò
a piacermi: il babbo aveva visto giusto sulla relatività e sulla
meccanica quantistica. Studiandole, cominciai a capire che la bellezza
della natura si manifesta non solo nel richiamo di una strolaga o nelle
tracce di bioluminescenza lasciate di notte dalle focene, ma anche nell’eleganza
dei principi fondamentali della fisica".4
Ammesso alla Yale University a soli 15 anni, Gell-Mann vive un momento
di grande incertezza rispetto a se stesso e alle proprie capacità:
"Il fatto di essere il più giovane di tutti mi feriva particolarmente
perché il mio carattere non era ancora completamente formato".
Nel 1948, a 18 anni, consegue il B.S. e ottiene una borsa di studio al
Massachusetts Institute of Technology. Lì, sotto la guida di Victor
Weisskopf, brillante professore ed ex presidente della American Physical
Society, entra finalmente nel vivo della fisica teorica, vedendo per la
prima volta dei fisici professionisti al lavoro. Nel gennaio del 1951 completa
il suo Ph.D. ed entra, sempre grazie a una borsa di studio, all’Institute
for Advanced Study di Princeton. L’anno successivo si sposta all’Istituto
di fisica nucleare dell’Università di Chicago dove, a soli 23 anni,
comincia la sua carriera di docente universitario e lavora con giganti
della fisica come Willard F. Libby, Harold C. Urey ed Enrico Fermi. "Fermi
era il mesone che teneva insieme l’Istituto", dice Gell-Mann ricordando
le riunioni settimanali fra il personale accademico, in cui si discutevano
accanitamente questioni di fisica teorica.
Ordine fra le particelle
Nei primi anni ’50, la fisica delle particelle era alla ricerca di
un quadro teorico che permettesse di riportare l’ordine nel caos creato
dalla scoperta di un centinaio di nuove particelle subatomiche, resa possibile
dagli esperimenti con gli acceleratori di nuova concezione. Per spiegare
il comportamento di alcune delle nuove particelle, che sembravano non ubbidire
completamente né alle leggi dell’interazione forte né a quelle
dell’interazione debole (le quali, assieme all’elettromagnetismo e alla
gravità, costituiscono le quattro forze fondamentali della natura),
Gell-Mann introduce il concetto di "stranezza".
Partendo dal concetto di "indipendenza dalla carica", innanzitutto
raggruppa insieme particelle che hanno le stesse caratteristiche e differiscono
solo per la carica elettrica. Per esempio il protone - che ha una carica
pari a +1 - e il neutrone - che ha una carica pari a 0 - vengono considerati
due varietà di una stessa particella, detta "nucleone", che ha una
carica media (o "centro di carica") pari a +1/2. Secondo lo stesso principio,
molte particelle possono essere riunite in coppie ("doppietti"), in gruppi
di tre ("tripletti") o, più in generale, in "multipletti". Per far
rientrare in questo schema di classificazione anche le particelle "strane"
- per lo più create in laboratorio dalla collisione ad altissima
velocità di altre particelle - Gell-Mann identifica una loro proprietà
comune, che definisce appunto "stranezza" (un numero pari al doppio della
differenza fra il centro di carica di un multipletto e +1/2). La stranezza
viene conservata in tutte le interazioni governate dalla forza forte, e
ciò permette a Gell-Mann di predire l’esistenza di numerose particelle
strane: "Ho previsto che i fisici sperimentali ne avrebbero trovate
alcune, e che non ne avrebbero trovate altre. E le mie previsioni si sono
rivelate esatte: hanno individuato tutte le particelle che avevo previsto
e nessun’altra".
Nel 1954 Gell-Mann passa un semestre alla Columbia University e nel
1955, dopo un periodo di ricerca all’Institute for Advanced Study di Princeton,
viene definitivamente assunto - come professore associato prima e come
ordinario poi - al California Institute of Technology, dove è tuttora
professore emerito di fisica teorica.
Nel 1961, utilizzando una branca della matematica nota come teoria
dei gruppi di simmetria, concepisce un sistema di classificazione delle
particelle ancor più generale, in cui le particelle vengono raggruppate
in "famiglie", descritte da otto numeri quantici che ne definiscono caratteristiche
e proprietà comuni. Gell-Mann chiama questo schema "l’ottuplice
via", con esplicito riferimento alle otto virtù necessarie a raggiungere
l’armonia nella religione buddista.
Poco dopo il fisico israeliano Yval Ne’eman giunge indipendentemente
a proporre uno schema simile.
La teoria dell’ottuplice via viene spesso paragonata per importanza
alla tavola periodica degli elementi, con la quale il russo Dmitri Mendeleev
ha rivoluzionato la chimica moderna raggruppando i singoli elementi in
famiglie dotate di proprietà comuni. Così come Mendeleev
aveva lasciato alcuni spazi vuoti nella sua tavola, prevedendo le proprietà
dei nuovi elementi che sarebbero stati scoperti, Gell-Mann predice la scoperta
di un certo numero di particelle con le proprietà necessarie a riempire
gli spazi vuoti in alcune delle sue famiglie, e raccomanda la costruzione
di acceleratori di particelle più potenti per ottenere le necessarie
conferme in laboratorio. E nel 1964 viene scoperta la particella "omega-minus",
con una massa praticamente identica a quella prevista dalla teoria.
I quark
Per la teoria dell’ottuplice via nel 1969 Gell-Mann vince il premio
Nobel per la Fisica, ma fra i non addetti ai lavori egli è ancora
più famoso per aver scoperto i quark, i componenti fondamentali
di tutta la materia. Nel 1963, mentre era al Massachusetts Institute of
Technology, scopre che la struttura dell’ottuplice via può essere
spiegata ipotizzando che nelle profondità della struttura atomica
- oltre il nucleo, e oltre i neutroni e i protoni - vi siano altre particelle
ancor più elementari, ciascuna dotata di una frazione della carica
elettrica del protone. La stessa scoperta viene fatta in maniera indipendente
dal fisico americano George Zweig, al CERN di Ginevra (il Laboratorio Europeo
per la fisica delle particelle).
Ribellandosi alla tendenza prevalente di battezzare le nuove particelle
subatomiche con lettere dell’alfabeto greco, Gell-Mann le chiama "quark",
traendo il nome dal racconto Finnegans Wake di James Joyce. "La
parola mi era sembrata perfetta per descrivere l’essenza della materia.
E mi sembra ancora tale: non riesco a immaginare che i quark possano chiamarsi
in un altro modo".
Gell-Mann ipotizza l’esistenza di sei tipi di quark, e con la sua proverbiale
stravaganza li battezza "up" e "down", "top" e "bottom", "charm" e "strange".
Si ritiene che solo due tipi di quark esistano in natura: l’up e il down,
mentre i quark top, bottom, charm e strange sono esistiti solo per una
frazione infinitesimale di secondo dopo il Big Bang, alla nascita dell’universo.
Tuttavia essi possono essere creati artificialmente con dei potenti acceleratori,
che possono quasi riprodurre il Big Bang "sparando" fasci di particelle
gli uni contro gli altri a velocità vicine a quelle della luce.
Una volta ogni cinque o dieci miliardi, queste collisioni producono dei
quark. Sfortunatamente, essi non durano a lungo, solo un trilionesimo di
trilionesimo di secondo, prima di trasformarsi in particelle più
leggere. "In realtà, quello che si può osservare non è
neanche un quark, ma solo lo stato nucleare che lo contiene", dice
Gell-Mann. "I quark sono sempre confinati dentro ad altri oggetti".
Ancora una volta, la teoria di Gell-Mann viene puntualmente confermata
dagli esperimenti con gli acceleratori di particelle, anche se per osservare
in laboratorio l’ultimo quark, il top, bisogna aspettare fino al 1994.
Un fisico canadese ha descritto la ricerca del top quark come "un tentativo
di ricostruire un’automobile dei giorni nostri fra un milione di anni:
dopo aver riunito insieme con successo i pochi frammenti rimasti, e cercando
di immaginare ciò che mancava, gli scienziati del futuro potrebbero
arrivare ad ipotizzare che il veicolo si muovesse su ruote. Ma mancando
le ruote, la loro intera ipotesi apparirebbe sospetta". "Senza il top
quark", afferma Gell-Mann, "l’intera teoria vacillava".
Gli studi sulla complessità
A partire dagli anni ’80 le ricerche di Gell-Mann si estendono oltre
i confini dei laboratori di fisica, per comprendere una visione più
ampia dell’universo.
Assieme ad altri scienziati ed esperti di discipline diverse nel 1984
fonda il Santa Fe Institute, un istituto di ricerca sulla complessità
alle porte di Los Alamos, nel New Mexico. "Il Santa Fe Institute riunisce
matematici, informatici, fisici, neurobiologi, immunologi, biologi dell’evoluzione,
archeologi, linguisti, economisti, studiosi di ecologia e di scienze politiche,
storici e tanti altri. Ciò che li accomuna è la capacità
di interagire gli uni con gli altri: molti grandi scienziati ed accademici
non chiedono di meglio che di uscire dai confini della propria disciplina,
ma non riescono a farlo così facilmente all’interno della propria
istituzione. Non abbiamo voluto che il nostro istituto sorgesse vicino
ad Harvard o a Stanford, dove è enorme la pressione delle idee consolidate,
idee accettate da un’intera comunità e pertanto difficili da sfidare.
A Santa Fe possiamo pensare e parlare liberamente, costretti solo dal bisogno
di fare i conti con la realtà".
Al Santa Fe Institute Gell-Mann e i suoi colleghi studiano, da un punto
di vista interdisciplinare, "il significato di semplicità e complessità,
i modi in cui la complessità emerge e il comportamento dei sistemi
complessi adattativi, insieme alla caratteristiche che li distinguono dai
sistemi non adattativi".
Gell-Mann battezza questa nuova materia plectica, dal greco
plectós, "ritorto, intrecciato", una parola che deriva dalla
stessa radice del latino complexus, originariamente "intrecciato
insieme".
Il successo della teoria della complessità, che esplora i modi
in cui la particella più infinitesima dell’universo è strutturalmente
interrelata ai più complessi sistemi viventi, deve molto al prestigio
personale e alla rete di contatti di Gell-Mann. Un giornalista del New
York Times descrive così l’atmosfera dell’istituto, scherzosamente
definito "la mecca della complessità": "Ogni anno 200 ricercatori
di discipline diverse camminano fra le 35 stanze e le poche aule convegni,
tutte ingombre di computer e libri; vanno su e giù per le scale
e i cortili, raggruppandosi per discutere questo o quel problema, in una
sorta di continua dimostrazione intellettuale ad alto livello, fra scambi
di appunti e simulazioni al computer. Come gli altri, Gell-Mann va in giro
ascoltando e intervenendo nei discorsi degli altri ricercatori, ma il suo
ruolo è del tutto speciale: con la sua conoscenza sterminata, costituisce
un utile ponte fra discipline che usano concetti e linguaggi diversi e
fra loro incomprensibili".
A chi gli chiede conto dei risultati ottenuti al Santa Fe Institute,
Gell-Mann risponde: "Naturalmente, il vero obiettivo è la verifica,
la capacità di prevedere cose che poi si rivelano vere. Per il momento
non abbiamo molto da mostrare, ma lo avremo. Dovete essere pazienti, e
aspettare una ventina d’anni".
La teoria della complessità, insieme a molte altre, è
illustrata da Gell-Mann nel suo libro Il quark e il giaguaro. Avventure
nel semplice e nel complesso, apparso nel 1994 e pubblicato in italiano
da Bollati Boringhieri nel 1996. "Ho tratto il titolo di questo libro
da una poesia del mio amico Arthur Sze, splendido poeta americano di origine
cinese che vive a Santa Fe [...]. La poesia dice: ‘Con il mondo dei quark
tutto ha in comune/il giaguaro furtivo nella notte’. 5
I quark sono particelle elementari, gli ingredienti del nucleo atomico.
[...] Il giaguaro rappresenta per contro la complessità del mondo
che ci circonda, specialmente quando si manifesta nei sistemi complessi
adattativi. Prese assieme, queste due immagini, il quark e il giaguaro,
mi sembrano esprimere perfettamente i due aspetti della natura che io chiamo
‘il semplice’ e ‘il complesso’: da un lato le leggi fisiche che governano
la materia e l’universo e dall’altro il ricco tessuto del mondo che percepiamo
direttamente e di cui siamo parte".6
John Cornwell, recensendo il libro per Spectator, ha descritto Gell-Mann
come "uno dei più grandi fisici viventi, da molti indicato come
il successore di Einstein. Il fatto che sia stato capace di tradurre in
un’affascinante narrazione una delle aree più difficili della scienza
contemporanea può senz’altro irritare sia i suoi colleghi che gli
scrittori professionisti". Julian Brown, sul New Scientist, sottolinea
come il fascino del libro derivi dalla quantità di argomenti che
tratta: "Questa è la bellezza della complessità: comprende
praticamente tutto cio che è... complesso. [...] La cosa stupefacente
è il modo in cui Gell-Mann combina il tutto in un insieme coerente,
mostrando come le idee di semplicità e di complessità siano
strettamente intrecciate e come si applichino a una grande varietà
di fenomeni".
In un’altra recensione, David Berreby del New York Times scrive:
"Gell-Mann combina la mania per i minimi dettagli con un’ambizione intellettuale
assolutamente controcorrente in un’era ossessionata dalle limitazioni della
conoscenza. Molti scienziati non condividono la sua convinzione che in
linea di principio nulla renda impossibile che un domani la scienza possa
spiegare assolutamente tutto, in una singola immagine coerente del funzionamento
dell’universo". E, citando Seth Lloyd, un amico e collega di Gell-Mann
del Los Alamos National Laboratory: "C’è qualcosa di estremamente
ammirevole in questo. So che non è un punto di vista molto alla
moda, ma se sei uno scienziato, e soprattutto un grande scienziato come
Murray, devi credere che gli strumenti analitici che applichi alla
realtà funzionino".
Verso un mondo più sostenibile
L’ultima parte de Il quark e il giaguaro è dedicata al
problema della conservazione dell’ambiente naturale e della biodiversità,
tema a cui Gell-Mann è sensibile fin da bambino: "Nelle mie prime
escursioni naturalistiche, mi colpiva il fatto che le farfalle, gli uccelli
e i mammiferi che vedevamo appartenessero tutti a specie ben definite.
[...] Ben e io discutevamo del fatto che tutte le specie sono imparentate
grazie all’evoluzione, e ci piaceva immaginarcele come foglie su un "albero"
filogenetico, i cui rami e ramoscelli simboleggiavano ordini, famiglie
e generi. [...] Oltre a esplorare la diversità, appresi anche che
in molti casi è minacciata. Eravamo, Ben e io, pionieri della conservazione.
E vedevamo che le poche aree verdi attorno a New York stavano sparendo,
poiché per esempio le paludi venivano prosciugate e coperte dall’asfalto.
Già allora, negli anni trenta, avevamo la percezione della limitatezza
delle risorse della Terra e dei gravi danni recati dalle attività
umane alle comunità vegetali e animali; né ci sfuggiva l’importanza
del controllo demografico, della conservazione del suolo, della protezione
delle foreste e simili. Naturalmente io non collegavo ancora tutto ciò
alla necessità di un’evoluzione dell’intera comunità umana
verso una maggiore sostenibilità. Già allora avevo però
qualche idea sul futuro del genere umano, specialmente in seguito alla
lettura di H.G. Wells [...]".7
Nel corso degli anni Gell-Mann si è sempre impegnato per la
difesa della natura e per uno sviluppo sostenibile, ed è stato fra
l’altro uno dei fondatori del World Resource Institute. Nonostante sia
ben conscio della gravità dei problemi ambientali e della crescita
demografica, Gell-Mann resta un inguaribile ottimista sulle sorti dell’umanità.
Come ha detto di lui il matematico Isadore M. Singer durante un convegno
in onore dei suoi 60 anni, nel 1989: "Più di chiunque altro, crede
fermamente che la mente e lo spirito umani possano curare tutti i mali
della società".
A chi sostiene che stiamo vivendo in un’epoca di declino culturale,
Gell-Mann replica: "In realtà siamo in un punto molto alto della
nostra storia, ma non ce ne rendiamo conto. È vero che alcuni dei
valori fondamentali della nostra società - come la pace, la calma,
la pulizia, la civiltà, quelli che ci distinguono da una ‘repubblica
delle banane’ - sembrano indebolirsi, ma in prospettiva credo sia una gran
cosa vivere in un’epoca in cui le persone comuni hanno l’opportunità
di ricevere un’educazione, di decidere della propria vita, di prendere
parte alla vita politica e addirittura culturale".
Gell-Mann, che in politica si definisce un "fanatico di centro", ritiene
che gli scienziati abbiano un doppio ruolo nella vita pubblica: in quanto
esperti che forniscono il loro parere nelle rispettive aree di competenza
e in quanto cittadini che hanno il diritto, come tutti gli altri, di esprimere
le proprie opinioni e difendere i valori in cui credono. "Ma abbiamo
anche la responsabilità di distinguere fra questi due ruoli, chiarendo
ogni volta in che veste stiamo parlando".
Negli anni ’60 e ’70 Gell-Mann svolge un ruolo importante nelle politiche
di controllo degli armamenti, cercando di convincere sia gli statunitensi
che i sovietici che la difesa di ampi territori, come quelli metropolitani,
dai missili balistici era "non solo molto difficile ed estremamente
costosa, ma anche molto pericolosa e destabilizzante", in quanto incoraggiava
gli avversari a "sferrare il primo colpo". Negli anni ’80 è quindi
un acceso antagonista del progetto reaganiano delle "guerre stellari".
L’uomo che sa tutto
L’agente letterario di Gell-Mann, John Brockman, dice di lui che "ha
cinque cervelli, ognuno dei quali è più intelligente del
nostro". Poliglotta di genio, si dice che parli più di 15 lingue,
dallo Swahili al Cinese mandarino. Lui sostiene di avere una discreta conoscenza
di almeno otto lingue, ma di avere capacità limitate in tutte tranne
che in francese.
"Neanche le credenziali di Gell-Mann - direttore della MacArthur Foundation,
membro del Council on Foreign Relations, consulente del Pentagono sul controllo
degli armamenti, collezionista di vasellame preistorico sudamericano, ornitologo
dilettante, per citarne solo alcune - riescono a preparare un visitatore
alla vastità della sua erudizione", scrive di lui un giornalista
del New York Times subito dopo un’intervista. "Pronuncia ‘Chagas’
come un brasiliano. È stato sorpreso a correggere la pronuncia ucraina
di nativi del luogo e a denigrare lo Swahili dei kenyoti. Un suo collega
una volta lo ha zittito dicendogli che sì, aveva controllato con
suo padre e che sì, stava pronunciando correttamente il proprio
cognome".
Gell-Mann ha una memoria fotografica che gli consente di ricordare
praticamente tutto ciò che legge. E le sue letture d’evasione -
da cui talvolta ha tratto ispirazione nel coniare i nomi di nuove particelle
- vanno da James Joyce agli antichi testi buddisti, tanto che è
stato soprannominato "l’uomo che sa tutto".
Frederick Zachariasen, il fisico con il quale Gell-Mann ha pubblicato
molti dei primi lavori al California Institute of Technology, dice dell’intelletto
dell’amico che "è come il mio, solo 100 volte migliore". Ma racconta
anche che c’è almeno una cosa al mondo che non conosce meglio di
chiunque altro: il motore di un’automobile.
"Eravamo in viaggio assieme in Messico", ricorda Zachariasen, "e Murray
aveva deciso di controllare da solo l’olio della sua macchina. Quando l’ho
raggiunto dopo qualche istante, l’ho trovato che aveva smontato il filtro
dell’aria e stava per versare un litro d’olio dritto dentro il carburatore
- una cosa che avrebbe distrutto il motore, come sa quasi chiunque sia
capace di guidare. L’ho fermato appena in tempo".
Al Santa Fe Institute la miscela di grandeur intellettuale e di mania
per il dettaglio che contraddistingue Gell-Mann è ben nota: "Murray
sprona continuamente i suoi colleghi ad andare più avanti, e a spiegare
di più. Spinge coloro che hanno un bel modello teorico a collegarlo
di più con la realtà", ha detto L.M. Simmons, vice presidente
dell’istituto, "e a volte li spinge un po’ troppo. A volte bisogna gattonare
prima di imparare a camminare. Ma il motto di Murray è: bisogna
sempre pensare a camminare". Però, prosegue Simmons, "è brusco
con le persone solo quando pensa che stiano sbagliando e che quello che
dicono oscuri il modo giusto di guardare alle cose. Il che significa che
le cose che lo rendono sgradevole a qualcuno sono le stesse che fanno di
lui un grande scienziato".
E se Gell-Mann è esigente con gli altri, lo è ancora
di più con se stesso: "Chi mi conosce sa quanto mi diano fastidio
gli errori, come per esempio quando correggo instancabilmente le parole
francesi, italiane e spagnole sui menu dei ristoranti americani. Quando
mi imbatto in un’imprecisione in un libro altrui mi scoraggio: davvero
potrò imparare qualcosa da un signore che si è già
dimostrato in errore almeno su un punto? Se poi la cosa riguarda me o il
mio lavoro divento furioso".8
Gell-Mann ha due figli dalla sua prima moglie J. Margaret Dow,
un’archeologa che all’epoca del loro matrimonio, nel 1955, lavorava all’Institute
for Advanced Study di Princeton.
Rimasto vedovo nel 1981, nel 1992 sposa Marcia Southwick, poetessa
e docente di inglese, che lo ha molto aiutato nella sua attività
di divulgatore di genio: "Per me non è mai stato facile metter
mano alla penna, forse perché mio padre criticava severamente tutto
ciò che scrivevo da bambino. Se sono riuscito a portare a termine
questa fatica [il libro Il quark e il giaguaro, n.d.r.], è merito
di mia moglie Marcia, che ha saputo ispirarmi e pungolarmi".9
Note
1 M. Gell-Mann, Il quark e il giaguaro.
Avventure nel semplice e nel complesso (1994), trad. it. di Libero
Sosio, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, pp. 34-35
2 Ibidem, p. 31
3 Ibidem, pp. 32-34
4 Ibidem, pp. 35-36
5 A. Sze, The Leaves of a Dream Are
the Leaves of an Onion, in River, River, Lost Road Publishers,
Providence (Rhode Island), 1987
6 M. Gell-Mann, Il quark e il giaguaro.
cit., p. 30
7 Ibidem, pp. 32-33
8 Ibidem, p. 16
9 Ibidem, p. 17
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1995 Informazione contro conoscenza e comprensione
1998 Visioni di un mondo sostenibile
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