18-22 giugno

21-23 settembre

22-28 ottobre

12-17 novembre

"Rimanere fermi è il modo più veloce di muoversi all’indietro in un mondo che cambia sempre più rapidamente". Questo slogan riassume bene il ruolo dell’innovazione nella società contemporanea: per le nazioni, le aziende e gli individui. La capacità di innovare – e rinnovarsi – è al tempo stesso metro della competitività, fattore di successo e garanzia di sopravvivenza.
La ricerca è alla base di qualsiasi processo innovativo, ma il percorso che conduce dall’intuizione alla scoperta e da questa alle sue applicazioni non è mai del tutto prevedibile.
Tanto che innovare è possibile solo in una società capace di premiare la creatività e il rischio, e di garantire la libera circolazione delle informazioni e delle idee. E di riflettere sul fatto che l’innovazione è potere – per la sua capacità di cambiare il mondo, la vita e le cose, e per l’impatto sociale delle sue conseguenze – e in quanto tale andrebbe condivisa da tutti i cittadini del pianeta.

Innovazione tecnologica e politiche del lavoro

Milano, 3 dicembre 1998

Il problema più pressante per l’Europa è l’enorme e disastrosa disoccupazione che ha raggiunto in media l’11-12 per cento, con punte di oltre il 20 in Spagna e nel Sud d’Italia. Un fenomeno che non esiste in nessun altro paese sviluppato, e che in teoria non dovrebbe incidere per più del 3 per cento.
La causa più importante della carenza di posti di lavoro è la continua caduta degli investimenti privati, che attualmente risultano di almeno un terzo inferiori a quanto necessario per riportare la disoccupazione a livelli fisiologici. Nei paesi dell’Unione europea una politica monetaria di tipo restrittivo e la rincorsa al pareggio di bilancio hanno prodotto questa riduzione perché il trattato di Maastricht ha imposto ai governi di considerare gli investimenti produttivi come parte della spesa corrente. Nuove e concrete opportunità potranno pertanto scaturire solo da una riformulazione dei concetti di spesa pubblica e di deficit.
È quindi necessario che gli europei si rendano conto che la disoccupazione non ha niente a che fare con le cosiddette forze esterne, come il progresso tecnologico che ridurrebbe i posti di lavoro, o la concorrenza dei paesi in cui i salari sono bassi.