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3-4 dicembre

Cinque edizioni, otto convegni e un progetto in continua evoluzione: "Dieci Nobel per il futuro" entra quest'anno a più diretto contatto con la realtà milanese, approfondendo il dialogo e il confronto con le forze culturali, sociali e imprenditoriali del territorio metropolitano.
Ciascun Nobel parteciperà infatti a una serie di incontri con pubblici differenziati (accademici, ricercatori, studenti, imprenditori e giornalisti), che culmineranno in una conferenza pubblica.
Per il 1998 il calendario prevede quattro di questi appuntamenti, il primo dei quali ha come protagonista Gary S. Becker, Professore di Economia e Sociologia all'Università di Chicago e Premio Nobel per l'Economia 1992.
Il ciclo si concluderà con il tradizionale convegno di dicembre, che quest'anno sarà dedicato al tema "Il potere dell'innovazione".

Capitale umano,
libero mercato e innovazione


Conferenza pubblica
Milano, 22 giugno 1998

Quali prospettive si trovano di fronte gli stati, nella moderna economia globale? Credo sia necessario porre l'accento soprattutto su due punti: la necessità di investire sugli esseri umani, sulle loro conoscenze e competenze, e l'importanza di garantire un ambiente economico basato sulle regole del libero mercato.

Capitale umano

Prima del diciannovesimo secolo nessun paese considerava importante un investimento sistematico su quello che abbiamo imparato a chiamare "capitale umano". Le spese per la scuola, la formazione professionale e altri investimenti di questo tipo erano piuttosto contenute. La situazione ha cominciato a cambiare proprio a partire dal secolo scorso, quando le applicazioni della scienza hanno permesso di sviluppare nuovi beni e metodi di produzione più efficienti, prima in Gran Bretagna e poi, gradualmente, in altri paesi.

Durante questo secolo l'istruzione, le competenze tecniche e altre forme di conoscenza sono divenute elementi fondamentali per determinare la produttività di un singolo individuo e di una nazione.

Potremmo definire il ventesimo secolo come l'Era del Capitale Umano, nel senso che l'elemento principale per definire il tenore di vita di un paese è la sua capacità di promuovere e sfruttare le competenze, le conoscenze, la salute e le abitudini della sua popolazione.

È stato calcolato che in paesi come gli Stati Uniti, o altre società industriali avanzate, il capitale umano (inteso come istruzione, formazione - professionale e non - e salute) rappresenti almeno l'80 per cento della ricchezza. E se queste stime possono essere in qualche modo esagerate - e non credo lo siano di molto - indicano chiaramente che ignorare il problema del capitale umano rappresenta un vero pericolo per qualsiasi paese.

La quantità di conoscenze oggi disponibili è immensa, tanto immensa che nessun individuo e nessuna organizzazione può controllarne più di una piccolissima frazione. È solo attraverso la specializzazione, la suddivisione del lavoro e gli scambi che le società riescono ad utilizzare effettivamente tutte le conoscenze di cui dispongono.

Per fare un esempio, oggi gli economisti in quanto tali non esistono più: si sono specializzati a un punto tale che alcuni si occupano esclusivamente della condizione lavorativa dei giovani maschi cresciuti in famiglie in crisi. Nel diciannovesimo secolo, all'incirca un medico su cinque aveva una specializzazione. Oggi più o meno il 75 per cento dei medici americani è specializzato in qualcosa: cardiologia, oncologia, e via dicendo.

Gli studi realizzati negli ultimi decenni mostrano, praticamente senza eccezione, uno stretto collegamento tra i risultati economici di un paese e la scolarizzazione, l'aspettativa di vita e altri parametri relativi al capitale umano.

In particolare, anche se in media i paesi del Terzo Mondo crescono più lentamente dei paesi ricchi, le nazioni povere che hanno una popolazione più istruita e in buona salute hanno anche un livello di crescita superiore alla media. Di particolare importanza, in questo senso, sono l'istruzione primaria e secondaria.

Ciò nonostante, l'importanza dell'istruzione e della formazione per promuovere la crescita economica è stata totalmente ignorata dalla pubblicistica sullo sviluppo economico apparsa dopo la seconda guerra mondiale, negli anni '50 e '60. La maggior parte di questi testi sosteneva che i fattori chiave per la crescita fossero il capitale "fisico" e la tutela dei mercati interni, e che i paesi che incoraggiavano gli investimenti in macchinari e impianti e mettevano in atto politiche protezioniste sarebbero riusciti a crescere più rapidamente.

Naturalmente macchinari e impianti hanno la loro importanza. Ma da soli sono ben lungi dall'essere sufficienti a produrre crescita, perché per impiegare macchinari sofisticati, per garantire una produzione efficiente, per sviluppare nuovi prodotti e processi e per utilizzare le innovazioni provenienti da altri paesi sono necessari operai specializzati, dirigenti qualificati e imprenditori innovativi.

Il fatto che la maggioranza degli economisti abbia all'epoca trascurato l'importanza del capitale umano e dei mercati mondiali ha prodotto come risultato una visione gravemente distorta del processo di crescita e un punto di vista limitato su cosa sia necessario fare per garantire il progresso economico di un paese e ridurre la povertà.

Negli Stati Uniti e in Europa, la scolarizzazione ha cominciato a diffondersi tra la popolazione a metà del secolo scorso. Successivamente sono entrate in vigore leggi sull'istruzione elementare e a tutela del lavoro minorile, anche se nel 1890 solo negli Stati Uniti più di un milione e mezzo di bambini sotto i quindici anni lavorava ancora.

La prima parte del ventesimo secolo è stata il periodo di maggior diffusione dell'istruzione secondaria negli Stati Uniti: la percentuale di americani con un diploma è cresciuta dal 9 per cento del 1910 all'oltre 50 per cento del 1940.

Gli ultimi trent'anni hanno visto diffondersi l'istruzione superiore - college e università. Oggi i due terzi circa dei diplomati americani proseguono in qualche modo la loro carriera scolastica.

Negli altri paesi industrializzati le tendenze sono analoghe, anche se si sono avviate più tardi. L'Europa è rimasta indietro di tre o quattro decenni rispetto agli Stati Uniti: la diffusione dell'istruzione secondaria è cominciata solo dopo la prima guerra mondiale, e quella dell'istruzione superiore in tempi recenti. E ancora oggi i paesi europei hanno un approccio più elitario di quello americano nei confronti della formazione universitaria.

Educazione e tecnologia

Questi progressi sono in buona misura, a mio parere, reazioni ai mutamenti tecnologici che hanno accresciuto i redditi delle persone più istruite. Le differenze retributive legate ai livelli di istruzione sono aumentate in modo significativo, sia in Europa che negli Stati Uniti, tra la metà e la fine del diciannovesimo secolo. Questo ha stimolato lo sviluppo dell'educazione secondaria nei primi tre decenni, immettendo quindi rapidamente sul mercato del lavoro un numero elevato di diplomati. Il che ha ridotto, nella prima metà di questo secolo, i vantaggi dovuti all'istruzione secondaria.

Il conseguente appiattimento retributivo che si è verificato nei primi quattro decenni del nostro secolo ha portato gli economisti a ritenere che le differenze salariali relative all'istruzione avrebbero continuato a ridursi, in seguito al crescente ingresso nel mondo del lavoro di diplomati. E nella seconda metà di questo secolo le opportunità di accedere a un'istruzione superiore sono rapidamente aumentate con la diffusione di istituzioni scolastiche che godevano di un finanziamento pubblico.

Tra il 1940 e la metà degli anni '70 la previsione di una riduzione delle differenze retributive legate all'istruzione si è dimostrata valida, perché sia negli Stati Uniti che in Europa c'è stata una netta diminuzione delle diseguaglianze dovute all'istruzione e ad altri percorsi formativi. A quel punto però le tendenze si sono nettamente invertite: la differenza, per fare un esempio, tra i guadagni dei diplomati alla scuola superiore e quelli di chi aveva frequentato il college ha cominciato ad aumentare di anno in anno, fino a raggiungere, negli Stati Uniti, la percentuale dell'80 per cento, la più alta mai registrata da oltre un secolo.

Oggi il mercato tiene in maggior considerazione di quanto facesse cinquant'anni fa l'istruzione, la formazione e le altre forme di conoscenza. Lo si può dedurre dal mutato rapporto tra istruzione e guadagni in diversi paesi. Negli Stati Uniti durante buona parte degli ultimi quarant'anni chi aveva frequentato il college guadagnava in media il 40 o il 50 per cento in più rispetto a chi aveva solo il diploma di scuola secondaria, e questi ultimi ottenevano il 30 per cento circa in più rispetto a chi non aveva terminato questo ciclo di studi.

I vantaggi per chi termina la scuola superiore e prosegue la formazione sono aumentati sensibilmente durante gli ultimi vent'anni, negli Stati Uniti e in molti paesi europei. Credo che questo sia dovuto principalmente al fatto che nelle economie moderne è sempre più importante avere una maggiore padronanza di capacità tecniche e informazioni.

I vantaggi della formazione scolastica, specialmente a livello secondario, sono generalmente maggiori nei paesi poveri che in quelli industrializzati. E questi vantaggi sono ulteriormente cresciuti negli ultimi decenni, grazie alla crescente diffusione, anche nei paesi in via di sviluppo, di tecnologie che richiedono lavoratori specializzati, e alla conseguente maggiore importanza data all'educazione e alla formazione.

Il crescente guadagno che viene loro garantito spiega il boom di diplomati che, negli Stati Uniti, decidono di proseguire la loro carriera scolastica. Una tendenza analoga si riscontra in Gran Bretagna e in Canada, ma anche l'Italia, la Germania, la Francia, la Svezia e gli altri paesi dell'Europa occidentale sono soggetti a forze simili, che hanno accresciuto i vantaggi dell'istruzione.

Ma in Europa queste forze non sono emerse con altrettanta evidenza, sotto forma di crescenti differenze salariali tra lavoratori. Al contrario, a causa di un mercato del lavoro strettamente regolamentato e oberato da tasse, l'Europa ha sperimentato una rapida crescita della disoccupazione, sia tra le fasce giovani della popolazione sia tra i ceti meno istruiti e meno preparati. Si è dunque sviluppata una profonda diseguaglianza - forse peggiore di quella esistente negli Stati Uniti - a causa della distinzione tra "chi è dentro" e "chi è fuori". Chi è dentro - coloro che hanno un'occupazione retribuita - se l'é cavata bene. Ma il numero di coloro che non hanno un lavoro stabile ha continuato a crescere, particolarmente tra le classi più svantaggiate: i giovani, i meno istruiti, gli immigranti e così via.

Come spiegare l'aumento dei benefici derivanti dall'istruzione che si è registarto negli ultimi vent'anni? Essenzialmente attraverso due fattori.

Il primo è insito nella natura stessa del progresso tecnologico in questo periodo. Che ha giocato soprattutto a favore delle persone più istruite che si occupano di informatica, biotecnologie, telecomunicazioni, sanità, controllo di qualità nella produzione e di altri settori in rapida espansione. Diversi elementi concorrono a dimostrare la validità di questa interpretazione. I progressi compiuti nei settori dell'informatica e delle biotecnologie hanno giustamente colpito l'immaginazione collettiva, e la produttività delle aziende informatiche ha goduto fin dal 1960 di una straordinaria crescita. Inoltre, a partire da quel periodo le industrie che si servivano di mano d'opera più istruita e specializzata si sono espanse più rapidamente, e i salari del personale più istruito nelle industrie che investivano in ricerca e sviluppo sono cresciuti più velocemente rispetto agli altri settori.

L'affermarsi di un'economia globale ha anche aumentato la domanda di tecnici specializzati nei paesi più ricchi. Questo è dovuto marginalmente all'accresciuta concorrenza dei prodotti provenienti da paesi dove i salari sono bassi, ma soprattutto alla crescente domanda di capitale - umano oltre che fisico - e di beni - non solo informatici - prodotti grazie alla creatività e al lavoro dei tecnici.

La globalizzazione e il progresso nelle tecnologie che richiedono lavoratori più istruiti e competenti hanno contribuito ad accrescere l'importanza degli investimenti in capitale umano, soprattutto in scuole, istituti di formazione professionale e formazione sul lavoro. Stati Uniti ed Europa hanno ottenuto ottimi risultati nella formazione sul lavoro, e gli Usa anche per quanto riguarda l'istruzione superiore: abbiamo diverse migliaia di università e college in concorrenza tra loro per conquistare studenti e insegnanti. E questo è il miglior sistema di istruzione superiore esistente al mondo, come è provato dal gran numero di studenti e docenti che arrivano da noi, mentre i paesi europei non hanno abbastanza concorrenza tra le loro università.

Stati Uniti ed Europa se la cavano abbastanza bene anche per quanto riguarda i due terzi circa degli studenti dei corsi di istruzione primaria e secondaria. Ma americani e inglesi hanno fallito rispetto al rimanente terzo, composto soprattutto, ma non solo, da studenti che provengono da grandi città o aree rurali. Un cattivo risultato che non è dovuto a mancanza di fondi: la spesa effettiva per gli studenti delle scuole pubbliche è sostanzialmente aumentata dagli anni '60.

Credo che in molti paesi il sistema scolastico debba essere migliorato perché è troppo rigido e burocratico. E il modo migliore per ottenere buoni risultati è quello di stimolare la competizione tra studenti. È per questo che sono favorevole a un sistema di "voucher" che consenta alle famiglie di scegliere tra scuola privata e pubblica. Questo non eliminerebbe l'istruzione pubblica, ma la costringerebbe ad esporsi al vento della concorrenza, che può fare miracoli per gli studenti. Prevedo anzi che questo tipo di concorrenza aumenterebbe, e non diminuirebbe, la qualità delle scuole pubbliche, perché le costringerebbe a migliorare per attrarre più studenti.

Crescita e libero mercato

Il crollo del comunismo e il successo delle "tigri" asiatiche hanno incentivato un movimento mondiale verso la privatizzazione e la deregolamentazione, perché tali eventi sono stati interpretati come un segnale del fatto che la libertà economica è un fattore di crescita molto più efficace del controllo statale. C'è chi ha messo in discussione queste conclusioni, che hanno tuttavia ricevuto un clamoroso sostegno da un importante studio, Economic Freedom of the World. Il saggio utilizza 17 categorie per misurare il grado di libertà esistente in più di cento paesi negli ultimi vent'anni. Gli autori prendono in considerazione le limitazioni sulle transazioni internazionali di beni e valuta, il controllo sui prezzi, l'entità delle sovvenzioni e dei finanziamenti statali, il livello massimo di imposizione fiscale, la possibilità di possedere denaro all'estero e il tasso di inflazione. Questi fattori sono stati utilizzati per calcolare degli indici complessivi di libertà economica, classificare i paesi e mostrare i cambiamenti avvenuti a partire dal 1975.

Questi indici sono a tutt'oggi la prova più convincente del fatto che è improbabile che un paese possa continuare a crescere se non gode di un'apprezzabile libertà economica. Il reddito interno lordo procapite dei paesi che si sono classificati ai primi dieci posti nella graduatoria della libertà è cresciuto in media del 2,3 per cento all'anno dal 1980 al 1994, mentre i ventisette paesi agli ultimi posti si sono dovuti accontentare di un misero 1,3 per cento. Più un paese si trova in alto, più rapido è il suo indice di crescita.

Anche i redditi effettivi procapite sono generalmente molto più alti nei paesi che godono di maggior libertà economica. I cittadini della mezza dozzina di paesi più liberi godono di un reddito diverse volte superiore rispetto a quelli dei paesi che si trovano nella classifica in posizione intermedia, e più di venti volte superiore rispetto a quelli che stanno agli ultimi posti.

A questo punto appare chiaro perché l'Africa si trovi in posizione così svantaggiata rispetto agli altri continenti: metà delle ultime venti posizioni è occupata da stati africani (tra cui la Somalia, lo Zaire, la Nigeria e lo Zimbabwe) mentre solo le Mauritius e il Botswana si trovano tra le prime cinquanta posizioni. Il Sudafrica è in cinquantaquattresima posizione, seguito dal Gabon e dal Ciad, rispettivamente al sessantesimo e sessantunesimo posto.

C'è chi sostiene che i cattivi risultati ottenuti dall'Africa devono essere addebitati al lungo periodo di dominazione coloniale, ma questo non è il motivo principale. La vera ragione è che, dopo l'indipendenza, molti stati africani si sono smarriti nel tentativo di imitare le economie dei paesi comunisti e socialisti.

Dato che la maggior parte delle nazioni ha occupato, nel corso degli ultimi vent'anni, una posizione piuttosto stabile in questa classifica, il dato relativo ai risultati ottenuti dai paesi che hanno modificato sensibilmente le loro economie in senso liberale è particolarmente significativo. Il prodotto dei dieci paesi che hanno più incrementato la propria libertà economica ha un tasso medio di crescita, dal 1980 al 1994, del 2,7 per cento all'anno, mentre i dieci paesi che hanno perso più libertà registrano un tasso di crescita negativo. I quattro paesi meno sviluppati che hanno conquistato maggiore libertà - Cile, Portogallo, Pakistan e Mauritius - sono cresciuti molto più rapidamente dei quattro - Honduras, Iran, Nicaragua e Venezuela - che hanno dato più spazio all'intervento governativo.

Sfortunatamente, i politici di solito non hanno voglia di adottare misure impopolari per ridurre l'intervento del governo sull'economia. Nonostante l'alto tasso di disoccupazione registrato negli ultimi anni in Europa occidentale, anche i governi conservatori in Francia, Germania e in altri paesi hanno fatto ben poco per liberalizzare l'economia, apparentemente temendo le reazioni dell'elettorato.

Queste nuove stime ci confermano senza dubbio che la libertà economica è essenziale per la crescita: ci sono paesi condannati a sacrifici inutili perché le loro energie e la loro creatività non hanno un ambiente libero in cui prosperare.

C'è anche un'interazione tra gli investimenti in capitale umano e il funzionamento e l'organizzazione dell'economia. Senza l'economia di mercato e la concorrenza, per esempio, il contributo che l'istruzione può dare alla crescita di un paese si riduce ai minimi termini, e anche un eccellente sistema scolastico non rappresenta una garanzia. È quanto è avvenuto nell'ex Unione Sovietica, e in generale nel mondo comunista. Molti di questi paesi avevano programmi di scolarizzazione molto estesi, che in teoria sarebbero stati utili, se non fosse per il fatto che il loro sistema economico sprecava la maggior parte del personale così formato.

Negli anni '60 e '70 gli analisti che si sono occupati di capitale umano non si sono resi conto di quanto le interazioni tra quest'ultimo e le scelte politiche contribuissero a determinarne gli effetti sulla crescita economica.

L'interazione tra economia di mercato e forza lavoro specializzata acquista una particolare importanza per i paesi che si trovano ad affrontare un mercato globale, perché influisce non solo sui prodotti che possono essere venduti sui mercati mondiali, ma anche sulla possibilità di attrarre investimenti stranieri.

Varie economie emergenti sono in competizione per assicurarsi capitali e investimenti, in quello che sta diventando il mercato mondiale del capitale. E i paesi che offrono il contesto economico più allettante possono contare su una quota maggiore degli investimenti necessari per promuovere lo sviluppo di tecnologie più efficienti e sostenere la crescita economica.

Conclusioni

Nelle economie moderne il capitale umano sta acquistando un'importanza crescente. Conoscenze e competenze hanno maggior valore nelle economie basate su tecnologie avanzate, in particolare a causa della globalizzazione dell'economia.

Ogni nazione che desideri far parte a pieno titolo della moderna comunità economica deve quindi preoccuparsi seriamente di incoraggiare investimenti reali per la formazione di tutti i cittadini, e non solo di una piccola èlite.

Gli investimenti in capitale umano sono più efficaci se i mercati sono liberi e le imprese private prendono il posto di quelle pubbliche.

Un'economia dinamica come quella italiana potrà dunque contare su un futuro brillante, se saprà accelerare sia gli investimenti sui propri cittadini che la liberalizzazione e la privatizzazione dell'economia.